«Come ti ho baciata e come ti ho adorata! E ti ho scritto. Era la poesia, la più bella, più calda, più ispirata, più appassionata. Ti ho scritto una lettera d'amore, una lettera di fuoco: ti ho detta bella, con tutte le mille voci della passione e del desiderio; ti ho detta cara, con tutti i palpiti del cuore!.. E poi ho distrutto quella lettera; poi ho distrutto quegli inni. Troppo presto alla divina follia dell'amore successe la calma della ragione.
«Emma, Emma, figliuola mia! Per quante vie tenebrose, per quanti sentieri seminati di ansie, di ardori, di pentimenti, di affanni, io vo errando da quel tempo, miseramente!
«Il buon Barbarani, la sera stessa, dopo la conferenza, voleva presentarmi a vostra madre: io trovai una scusa e declinai l'offerta.
«Per ben tre volte egli mi ripetè l'invito con un'insistenza che rendeva, oltrechè scortese, anche strano il mio rifiuto. Poi, lo sapete: venne vostro padre stesso a cercarmi, ad invitarmi...
«Oh, quella sera! Quella sera del concerto!
«Vi ricordate quel nostro primo, quel nostro solo colloquio sul terrazzo? — Quante cose sapevamo già prima! E la vostra voce? Oh, l'incanto della vostra voce!
«Io vi dissi:
«Parlerò, ma come parlerebbe un babbo alla sua figliuola». Voi mi guardaste attonita, coi divini occhi vostri, pieni di lacrime.
«No! No! Così no!... Così no! Così no!»
«Eppure io, offeso, avvilito, disprezzato, disconosciuto, quasi scacciato dalla vostra casa, eppure io, anche allora, in quel momento, dinanzi a voi — noi due soli — anche allora, ho avuto la forza, il coraggio di pensare a tutto; al vostro nome e alla vostra condizione sociale; alla vostra ricchezza e alla vostra giovinezza. E vi ho ricordato: ho ricordato alla figliuola mia, che io ero povero e non più giovane; ancora più povero per la spensierata prodigalità del mio cuore, per l'indipendenza ombrosa, sospettosa, caparbia del mio carattere... non più giovane, anche, per le fatiche della mente, dello studio, del lavoro.