«Sono giorni terribili: sempre in urto, in collera con tutti i miei. Ho tanto pianto, ho tanto sofferto. Ma, dopo la tua lettera, sono felice; adesso non ho più paura; sono contenta di soffrire. Sono tua: ricordati: sempre con te, l'anima mia, il mio cuore, tutte le mie promesse, tutti i miei baci. Scriverò Padova: ferma in posta.
«Emma.»
XV. A Padova.
In una casupola antichissima, sulla quale pesa la leggenda di un turpe delitto commesso da Ezzelino da Romano. La facciata nera dà sulla Piazza delle Erbe, ma vi si accede da un vicoletto augusto e da una porticina alta, al primo piano, sopra una piccola scaletta. Appena dentro, al buio, per un giro tortuoso di corridoi e seguendo nel tanfo di rinchiuso certe zaffate di un puzzo più forte di cavoli a lesso, si arriva dinanzi ad un piccolo uscio a vetri, con una tendina stinta; di fianco, inchiodato sul muro, vicino al cordone del campanello, un cartellino, con su scritto a mano:
Il signor Tancredi.
«Tancredi» non è un casato, come si crederebbe a prima vista, ma soltanto il nome del signor Mari.
— Che importa aggiungere il Mari, quando basta Tancredi? — Così spiega, alla sua serva, la vecchia Veronica, il signor Tancredi Mari, che risparmia sempre, su tutto.
— Chi mi conosce, sa che il signor Tancredi sono io, e di chi non mi conosce, non me ne importa.
L'appartamento di Tancredi si compone di quattro stanze; la famiglia, di tre individui: il padrone, la serva e Truffaldino, un galletto vecchio e spennato.
Il cuore espansivo della serva ha bisogno di amore; ma il padrone, al galletto, avrebbe preferito un gatto. Il gatto si sarebbe mantenuto da sè, mangiando i topi, e per di più avrebbe permesso al signor Tancredi di papparsela allegramente, per una settimana, con polenta, cavoli e Truffaldino... Ma quando egli espresse questa sua idea, per poco la Veronica non gli cavò gli occhi. Tancredi borbottò contro tutte le donne, capricciose, pazze, romantiche... ma rinunciò al guazzetto di Truffaldino.