La Veronica era l'unico essere al mondo che tenesse un po' in soggezione il signor Tancredi, e al quale il signor Tancredi, a modo suo, fosse anche affezionato. La Veronica era sempre stata in casa; egli la pagava ancora, come l'aveva pagata suo padre, sotto i tedeschi, in ragione di sette svanziche al mese; e nascosta, sotto il pelo del suo cuore, c'era una punta d'invidia, di gelosia per la preferenza che la Veronica aveva sempre dimostrato a suo fratello minore, quello spampanone di Nano. Nano, il diminutivo di Giordano.
Nella cucina che serve anche da salotto e da studio: la Veronica, seduta sotto la finestra e con un paio d'occhiali, colle lenti rotte, inforcato sul naso, rattoppa delle calze blù, grosse un dito. Truffaldino, in equilibrio sopra una gamba sola, si gratta il becco, fra le penne. Quando entra Tancredi, Truffaldino scappa, la Veronica non si muove.
Tancredi (ha la faccia, tale e quale, di suo fratello Giordano: ma bucherellata dal vaiuolo e senza barba. Non ha quasi più denti, ma i pochi rimasti sono bianchissimi come quelli di Giordano. Due, davanti, quando parla si allungano per ballare. È vestito con un'enorme giacca marrone, che sembra un saio. Le brache larghe, sformate, gli cascano da tutte le parti e gli nascondono, quasi, i piedi tozzi, piatti, con certe scarpacce di tela greggia, come le pantofole da bagno) Anche, per oggi, il pranzetto lo abbiamo guadagnato! E abbondante. (Butta un fagotto sul tavolo, e siede, ridendo sgangheratamente, sopra una seggiola di paglia, così bassa, che la giacca gli spazza per terra).
La Veronica (si alza lentamente, pone le calze sullo sgabello e gli occhiali sulle calze; si avvicina alla tavola e comincia a sciogliere i nodi del fagotto).
Tancredi (cogli occhi da ghiottone e i due denti che gli ballano dalla gioia) Una bella fetta di lardo, quattro carciofi, sedano, patate, cavoli. (S'interrompe, con un'altra risata di compiacenza).
Tutta quella «grazia di Dio» non gli costa un soldo. Gambe e talento; ma del vero talento, del suo; di quello che frutta. E gambe buone: fare un sei o sette chilometri, fra l'andare e il tornare, sotto il sole cocente, lungo lo stradone, fuori di porta San Giovanni.
Tancredi negozia in effetti privati. Il tasso varia dal venti al trenta per cento all'anno, sugli affari grossi, e dal cinque al dieci per cento al mese, sulle picciorlerie; cioè, sulle cambialette di poche decine di lire. Pei grossi affari ha i suoi agenti, le sue teste di legno. Le picciorlerie, invece, le tratta da sè. Formano il suo passatempo, dal quale ritrae, oltre al solito frutto del cinque o del dieci per cento al mese, anche la piccola gioia quotidiana di un'economia sulle spese di casa.
Per ciò, questi suoi piccoli clienti li sa scegliere con molto tatto.
Ha le scarpe rotte?... Tancredi presta novanta lire per un mese, sopra una cambialetta di cento, ad un calzolaio, ed esige, per soprammercato, in ricambio «dell'amicizia», una buona rimonta.
E così ha fatto quel giorno coll'ortolano fuori di porta San Giovanni. Passando «a caso» per di là, è entrato nel podere, per riposare un poco; e dopo quattro chiacchiere sul prezzo dei cavoli, sul taglio del fieno e sull'Africa, lasciando balenare la speranza di una rinnovazione, ha fatto, gratis, la sua abbondante provvista per il pranzo.