— Sono sicuro, signor Tancredi? — gli dice l'ortolano, portandogli il fagotto fin sulla strada. — Sono sicuro? Mi fa il rinnovo per un altro mese?
— Sicuro, mai! — gli risponde Tancredi, con una cera misteriosa che lo sbigottisce. — In affari, posso promettere; ma non mai assicurare. Anch'io devo ricorrere alla Banca, e il Comitato di sconto è ancora più terribile, certe volte, del Consiglio dei Dieci! Ma vi prometto, brav'uomo, tutto il mio possibile, anche a costo di fare un sacrificio. — E col sorriso e il saluto del generoso benefattore, preso il fagotto, se ne torna a Padova.
Mentre Veronica, pulita e tagliata la verdura, la mette nel secchio per lavarla, Tancredi, che la sta osservando, sempre seduto sulla seggiola bassa, sente il bisogno di una parola di lode, di approvazione:
— Dunque, Veronica, ho più talento io, che so conservare e far fruttare i pochi soldi di mio padre, o quella tua «bardassa cara» che ha dato fondo a tutto e si è riempito di debiti?
La Veronica tace; butta sotto la tavola, a Truffaldino, le foglie verdi dei cavoli e del sedano e comincia a mondare le patate.
Tancredi (per toccare il cuore alla Veronica) Anche il nostro Truffaldino fa la sua spappolata! Come becca di gusto! — Ohi, adagio, Truffaldino! Non mangiar tutto in un giorno, come Nano! (Tancredi ride per far ridere la Veronica; ma questa rimane seria, imbronciata). Gli puoi dare anche la buccia delle patate; gli fa bene: è un rinfrescante. (Chiamandola) Veronica! (più forte) Veronica!
Veronica (lo guarda, imbronciata, affettando le patate in una scodella).
Tancredi (strizzandole l'occhio) Mancano ancora quattro giorni soltanto; e poi la prima cambiale gli va in protesto.
Veronica (fissandolo cogli occhi torvi, la voce roca) Vergogna! Godersi del male di suo fratello! Vergogna!
Tancredi. Starà allegro colla gloria e le sue contesse!... Ridi, Veronica!