Ma invece al ballo della Principessa della Bicocca, Prospero Anatolio raggiunse il colmo della felicità. Renata era tutta per lui solo: aveva aperto al duca una partita a due colonne sul libricciuolo dei balli, e licenziava con poche parole gli importuni che tratto tratto venivano ad interrompere i loro discorsi.
Gongolante, orgoglioso, egli non avvertiva però che i rivali da lui messi in fuga correvano ad ingrossare le file già formidabili degli adoratori di sua moglie.
Durante le quadriglie, la coppia del duca e della baronessa Renata era la più disattenta di tutte, e fece nascere confusioni disastrose nella grande chaîne e nei comandi à gauche e à droite. Fra un ballo e l'altro era sempre il duca il cavaliere di lei, l'angelo custode del suo ventaglio, il segretario dispotico del suo carnet. Il duca la faceva bere, il duca la faceva passeggiare, il duca provvedeva agli strappi del suo vestito, conducendola dove le cameriere riparavano ai guasti avvenuti nel calore delle danze.
—Il vostro è un capriccio,—gli diceva Renata appoggiandosi mollemente al braccio di Prospero.
—No! No! Per tutto ciò che ho di più sacro al mondo, vi giuro che vi amo, che non ragiono più.
—Ma… domani?
—Domani, come ieri, come oggi, co-come sempre!
—For ever?
—For ever.
—E vostra moglie?