In quella commozione e in quel trasporto la duchessina era spontanea e sincera.—Povero Giorgio, tanto buono!—Era contentissima di non aver rimorsi e il Vharè non lo voleva più vedere, sentiva che non lo amava più. No, no; non voleva più saperne di sotterfugi: aveva avuto troppa paura. Sentiva ancora, come in quel malaugurato venerdì, i passi di Giorgio, quando si avvicinava al salottino:—Dio, Dio! Che angoscia!… che momento terribile…

Ma, dopo qualche giorno, ormai pienamente sicura di suo marito, ricominciarono le inquietudini per via del Vharè.—Come avrebbe egli accettata quella scomparsa improvvisa e, sopratutto, quel suo continuo silenzio?…—Lalla, appena a Santo Fiore, aveva pensato se gli doveva scrivere, tanto per calmarlo.—Ma, poi, per mandargli la lettera?—Di chi si sarebbe fidata?—Della Nena?… E se Giorgio l'avesse spiata e scoperta?… Allora… allora suo marito avrebbe avuto ragione di credere anche quello che non era, perchè lei, infine, non aveva rimorsi!—Non sarebbe stato prudente nemmeno il valersi, come al solito, dei libri. Giorgio, che non era uno stupido, avrebbe capito subito il contrabbando.—Era meglio lasciar correre l'acqua per la sua china…—e lasciò correre.

Per altro, passato molto tempo, quando fu sicura che il Vharè non pensava, nè avea mai pensato di correrle dietro, allora si sentì un po' mortificata.

—Ma dunque?… non era innamorato come diceva?… Si rassegnava a perderla, e per sempre, senza ribellarsi, senza fiatare?… Oh,—allora, per ripicco, voleva mostrarsi indifferente anche lei!…—E per ciò, quando arrivarono le prime visite della Bertù e della Calandrà, la contessa Della Valle fu di buonissimo umore, raccontando che vedeva molta gente, che andava alla caccia, che andava a cavallo, insomma che si divertiva dalla mattina alla sera. E tutto ciò perchè il Vharè lo sapesse e fosse convinto che se lui si era subito confortato, anche lei non moriva di dolore!… In tal modo, senza che Lalla se ne fosse accorta, il bel marchese, uscitole dal cuore da una parte vi rientrava dall'altra; sempre, è vero, per stradette oscure e recondite chè, direttamente, lì dentro per la strada maestra, non vi entrava nessuno.

Cessati tutti i timori, quella rottura col Vharè le spiacque anche per un'altra ragione: Pier Luigi, la Bertù, la Calandrà, Gianni Rebaldi, tutti insomma i pettegoli maligni di Borghignano, avevano ragione di stare allegri; avevano ottenuto il loro scopo; quello, cioè, che il Vharè non le andasse più in casa, e non le facesse la corte.

Ogni volta che pensava a questo fatto, e nella solitudine di quella sua vita uniforme e noiosa Lalla ci pensava troppo di sovente, si sentiva rodere per un po' di rabbietta. A poco a poco, essa cominciò a dir male del mondo e della società; le sue parole erano piene di amarezza; tutti erano—cattive lingue—tutti erano—maligni—e quando la Calandrà e la Bertù ritornarono a Santo Fiore—perchè d'autunno e di primavera esse andavano in giro per le ville, a scroccare pranzi e colazioni—furono ricevute da Lalla tanto freddamente, che non osarono ripetere l'improvvisata.

Un altro signore che si ebbe un'accoglienza non molto cordiale in casa
Della Valle, fu Pier Luigi; questi, come aveva promesso a Prospero
Anatolio, era venuto dopo le corse di Varese a Santo Fiore, per
riprendere la Giulia.

—Allontanare Pier Luigi da Giorgio!…—Lalla trionfava; ma col marito si mostrò dolentissima di essere la cagione innocente di quella rottura, e lo consigliò, lo pregò, lo supplicò a non fare scene, e lasciar correre.

—Quello che gli stava ben detto, glielo aveva saputo dir lei; ma non conveniva inimicarselo; ormai lo conoscevano, e perciò del male non poteva più farne.

Giorgio le promise tutto ciò, ma non andò a prendere lo zio alla stazione, e anche al Villino gli fece un'accoglienza glaciale.