—Le ripeto e le giuro, signora duchessina, se io avessi supposto, solamente supposto la sua degnazione, sarei stato tanto felice che…

—No, no; era felice abbastanza, per non voler esserlo di più.

Quelle due dita di vin santo non erano ancora svanite dalla testolina di Lalla, e le davano ardire, quantunque, per sua natura, non ne avesse bisogno.

—Ma non sa, signorina Lalla, che per ballare un giro di polca con lei farei voto, come Tristano di Rocca Bruna—era questi un eroe sentimentale le cui imprese, ridotte in cinque atti, erano destinate a succedere, un giorno o l'altro, nel teatro di Santo Fiore, alle lacrimevoli vicende dei Due Sergenti—farei voto di non ballare mai più, mai più, per tutta la vita?

Lalla, a questa scappata, rispose ridendo con un riso lungo, fresco, sonante.—Vorrei quasi provare per vederla in un bell'impiccio.

—Ebbene, provi dunque: io le giuro di mantener la promessa.—E il giovane con la testa in fiamme per aver bevuto un po' troppo anche lui, per il caldo, per il lungo contatto coll'Ottavia, ma più che altro per l'influenza arcana esercitata dallo sguardo vivo, appassionato, ammaliante della fanciulla, e da quella sua personcina carica di elettricità, sentiva, con quel giuramento, di essere quasi sincero.

—Ma… e la signora Ottavia?

—La signora Ottavia?… che c'entra?

—No? non c'entra la signora Ottavia? davvero davvero?… Vediamo, dunque, ecco la destra, bel cavaliere, il giro di polca è concesso; ma non qui… no, no; laggiù sotto la rotonda, in giardino!—e la fanciulla si avviò di corsa, e Alessandro dietro, lungo i viali dei carpini, interrotto nel mezzo da un pergolato di glicine, eretto sopra la statua di una Cerere di marmo bianco.

Lalla, correndo sempre, era già alla rotonda, quando si fermò di botto, indicando al compagno d'inoltrarsi adagio e di non pestar sulla ghiaia: Sandrino, trattenendo il respiro, la raggiunse in punta di piedi. La notte era chiara e serena; la luna pallida senza nubi e senza nebbia.