IV.

Questo prezioso amico si allontanava per altro troppe volte e per troppo tempo dal palazzo d'Eleda.

Giorgio Della Valle non aveva ancora vent'anni quando si arruolò fra i
Cacciatori delle Alpi. Fu più tardi uno dei Mille. Ferito a
Bezzecca nel sessantasei, poco tempo dopo, rinfrancato, si batteva a
Mentana.

Molto giovane ancora, e molto poeta, il suo ideale era l'Italia, e la vagheggiava libera e col berretto frigio.

Giorgio Della Valle era un sognatore; ma bisogna ricordare che a vent'anni il Manzoni, il Giusti, il Settembrini avevano avuto quell'istesso ideale, avevano fatto quell'istesso sogno; invece la gioventù scettica e quattrinaia che dorme… e non sogna, senza essere più svegliata per questo, gridava al conte repubblicano la croce addosso, gli arrabbiati chiamandolo un mestatore ambizioso, e i tolleranti un matto pericoloso. Pazienza ancora se si fosse trovato al verde; dei conti che facciano il democratico tanto per isbarcare il lunario, se ne possono trovare a dozzine, ma democratico, ricco e conte?… per l'aristocrazia gretta e provincialesca di Borghignano era proprio roba da chiodi.

Ma intanto ch'egli perdeva il sangue a Bezzecca e il credito d'uomo serio a Mentana, anche la stella del duca d'Eleda cominciava ad offuscarsi. Prospero, per dire il vero, non era mai stato un uomo di serio valore. Ebbe solo un qualche momento di notorietà, poi ricadde nel buio. Quando seguì la convenzione del sessantaquattro, che trasportava la capitale a Firenze, la maggioranza n'ebbe una scossa, le minoranze cambiarono di posto, e i malcontenti di tutti i colori formarono una nuova fazione, che si chiamò allora la permanente, con alla testa il conte di S. Martino. Per questa evoluzione anche il duca, naturalmente, perdette il suo grado, e da capitano che era, o si credeva di essere stato, ritornò alla Camera fantaccino.

Inoltre i clericali puri non potevano essere più tollerati, e nelle elezioni generali del sessantasette anche Prospero, se volle essere rieletto, dovette fare parecchie concessioni al cambiato umore degli elettori. Le discussioni intorno alla libertà della Chiesa e alla liquidazione dell'asse ecclesiastico lo avevano trovato avversario, ma timido e taciturno: egli voleva salvare l'anima, e non voleva perdere il collegio; e quando si riaccesero le controversie sulla questione romana, il deputato di Borghignano non esprimeva il proprio parere altro che nel secreto dell'urna. Ma così, altalenando, finì come doveva finire, cioè coll'essere «a Dio spiacente ed a' nemici sui»; e fu abbandonato da tutti. La sua autorità, la sua influenza furono sminuite, e non vedendosi più ascoltato non apriva più bocca se non per rispondere all'appello nominale. Egli non sapeva più che cosa fare, che cosa tentare, dove andare, a qual santo votarsi, per fare ancora un po' di chiasso, per ritornare, in un modo o nell'altro, un uomo importante.

Fu allora che cominciò a pensare a sua moglie. Con sua moglie vicina, egli avrebbe avuto una casa dove avrebbe dato pranzi, feste, balli, alleati efficacissimi delle mediocrità danarose. Pensò alla bellezza, all'intelligenza, alla fama intatta, alle attrattive della novità che avrebbero circondata a Firenze la duchessa d'Eleda, e sperò, col suo aiuto, di poter ancora far parlare di sè. Prospero Anatolio non poteva avere l'ambizione dell'uomo d'ingegno: era vanità, più che ambizione, la sua. Egli non aspirava ad incidere il proprio nome nelle pagine della storia, ma gongolava leggendolo stampato per le gazzette; e fra tutte, quella che leggeva sempre con maggior interesse, era la Gazzetta di Borghignano, perchè pur guardandola con aria di superiorità sprezzante, Borghignano non la perdeva mai d'occhio. Egli voleva essere un uomo grande; ma si sarebbe contentato (meno male!) che lo tenessero grande, almeno là, a Borghignano.

Fatto il disegno, Prospero Anatolio volle metterlo subito in esecuzione, e perciò il conte Giorgio Della Valle, visitando una sera la sua buona amica, la trovò triste e preoccupata.

—Che cosa avete, signora Maria?… avete un po' di spleen o state poco bene?