Ah! era davvero una colpa quell'amor suo misero e caro?… e lo scrupolo, il dubbio della povera tormentata adesso si mutava in rimorso.

—Oh! no, no, don Gregorio! Io non sapevo di amare, fu un sogno, e quando mi sono svegliata non ero più padrona del mio cuore, non potevo altro che fuggire, e son fuggita via subito. Lui non sa nulla… mi ha veduta fredda, mutata, dubita che io non gli voglia più bene, non si ricorda più di me. Qui, così sola, lontana da tutti, non credevo di far male se pensavo a lui, qualche volta. Quel pensiero mi faceva tanto bene, mi rifaceva buona, mi confortava! Non era un turbamento, ma una consolazione che mi dava quiete e forza… che mi aiutava a vivere.

—Sei madre e parli in questo modo? In tua figlia non avevi la consolazione, la quiete, la forza? Sei madre, e tua figlia non ti bastava per vivere? Piangi?… Sì… sì, piangi, Maria, perchè hai grandemente offeso la Provvidenza.

Maria si era sentito stringere il cuore per l'inesorabile verità di quella risposta; e mentre grossi lacrimoni le colavano giù dagli occhi, balbettava timidamente, come per iscusarsi:—Non l'ho più riveduto… Non gli ho più scritto… non sa più niente di me…

—E per questo—esclamò don Gregorio, colla voce mal ferma—e per questo sola ti credi onesta; ma onesta, sei agli occhi degli uomini, non agli occhi di Dio. Come donna, se non hai fatto male, lo hai amato, e come sposa, dalle tue promesse inviolabili, sacre di fedeltà e di amore, hai sottratto la parte più bella, l'anima e il cuore.

Povera Maria! Ella continuava a piangere; ma le sue non erano le lacrime sole del rimorso; c'erano pur quelle ineffabili del sacrificio che stava per compiere: della sua cara libertà e del suo casto rifugio. E poi c'era un altro pensiero, un pensiero più forte di lei, che si faceva strada in quel turbamento dello spirito, per angosciarla e insieme per consolarla, spaventandola e facendola quasi contenta di essere costretta a cedere alle insistenze di don Gregorio… il pensiero di rivederlo.

Tutto ciò si agitava nel cuore di Maria colla lotta di mille sentimenti opposti e confusi, che si urtavano insieme, che la straziavano, e guardando a ritroso nei lunghi anni trascorsi rimpiangeva il passato, che era solo la calma di un gran dolore, ma che le appariva in quel punto come una felicità cara e perduta.

Intanto don Gregorio, vedendola scossa, s'infervorava sempre più rivolgendosi al suo cuore, alla sua ragione, alternando le preghiere al comando, le promesse del premio alle minacce del castigo, finchè la povera donna, spaventata e vinta, promise formalmente che si sarebbe rassegnata a compiere ciò che doveva essere il suo dovere. Don Gregorio sentì allora nel proprio cuore il peso del grande sacrificio che stava per imporre, e commosso a sua volta le strinse la mano, mormorando con un'espressione d'affetto indicibile:—Coraggio, figliuola mia, coraggio!—Poi tutt'e due continuarono silenziosi il loro cammino verso Santo Fiore, mentre le povere contadine, abbrustolite dal sole e sfinite dalla fame, che incontravano la ricca duchessa, borbottavano contro la Provvidenza… che concedeva il Paradiso ai signori in questa vita e nell'altra.

Quando don Gregorio e Maria giunsero a vista del Palazzo, scorsero subito il duca d'Eleda: questi, veduta arrivare la carrozza vuota, aspettava ansioso presso il cancello.

—Mio Dio!…—balbettò Maria con un brivido. Non le lasciavano nemmeno il tempo per respirare, per riflettere, per soffrire un po' sola, in pace…