—Vedi che non c'intendiamo!—rispose Menico, sempre sotto le lenzuola, con una mano sola fuori, colla quale gestiva come un burattino.—Vedi che non c'intendiamo! Se dovessi accettare questo duello, non sarebbe che a condizioni gravissime. È, o non è un'offesa che meriti una riparazione? Nel primo caso bisogna ammazzarsi…. o quasi….

—Ebbene, ammazzatevi, se ciò ti accomoda di più.

—Ma nel secondo caso, che è il mio, si lascia morir la faccenda….

—E si fa la ricevuta di ciò che hai preso!—

A questo punto, Foscarini, che non ne poteva più, attaccò un di que' moccoli da far arrossire la barba d'uno zappatore; poi, acceso d'ira, uscì bofonchiando e tirandosi dietro l'uscio con tanta forza da far tremare tutta la casa.

Menico, a questa sfuriata, si tirò un po' su, fuori dalle lenzuola, e tornò a mettersi a sedere ascoltando attentamente il rumore che faceva Gianni colla sciabola e gli speroni correndo giù per le scale; poi, quando lo udì serrare con impeto anche la porta di strada, allora, adagio adagio cacciò fuori dal letto le sue gambe lunghe, secche, pelose, corse a richiuder colla chiave l'uscio della camera, poi, in due salti si coricò di nuovo.

—È un bel matto quello là—pensava tra sè, tentando di persuadersi che aveva ragione lui. Però non ci riuscì del tutto, ma, in compenso, dopo una mezz'ora, potè riaddormentarsi quetamente.

***

La mattina dopo, Menico si alzò per tempo, e tutto musone, colla faccia stralunata, stava facendo le sue valigie per prepararsi ad andare a Modena, allorchè suo cugino ritornò a capitargli in camera.

—Sai? Ho combinato tutto per oggi alle cinque—disse Gianni a quell'altro che lo guardava con due occhi sbalorditi.—Ho pregato un mio amico a nome tuo perchè ti serva da testimonio. Il duello è alla pistola e….