—Temporale, quest'oggi—esclamò con aria di amabile canzonatura.
—Tutt'altro, bonaccia completa—rispose Michele senza guardarla.
—Sarà…. sarà…. sarà ma non lo credo!—canterellò Lavinia a mezza voce.
Michele non fiatò, tutti e due stettero zitti zitti, immersi nella meditazione. La contessa, dal canapè, sfilandosi colle dita inquiete le frange della manica, di tanto in tanto, di sottecchi, guardava Michele, che mezzo sdraiato sulla poltrona, una mano in tasca, il bastoncino nell'altra, gli occhi per aria, scotendo convulsamente una gamba, faceva battere il tacco sul pavimento con un tic, tic, tic, regolare, monotono, inquietante.
La contessa Lavinia, in fondo, era una buona donna…. Oh Dio, non moriva d'amore per Michele, questo no, ma gli voleva bene e le rincresceva di vederlo così imbronciato. Dopo un po' di tempo che durava quella scena muta, si rizzò dal suo cantuccio, e pian piano, leggera, si avvicinò a quell'altro, gli si inginocchiò dinanzi, poi appoggiando i gomiti sui bracciuoli della poltrona, e congiungendo le mani in atto di preghiera:
—Andiamo, parla—le disse—qual nuovo misfatto ho io commesso?…
Michele continuò ostinato a non guardarla, e aspettò del tempo prima di risponderle.
—Avete voglia di scherzare, voi—le disse alla fine…. con una voce incerta.
—E lei?… avrebbe volontà di dormire, lei?…
—Quasi!—rispose l'altro con un vocione brusco brusco, mettendosi il corno del bastoncino sulla bocca per nascondere uno sbadiglio.—Notate bene, anche quello era uno sbadiglio nervoso.