—Allora s'accomodi sul canapè, vi starà meglio—e Lavinia forzò il buon Michele, strascinandolo contro voglia, lei gaia, sorridente, birichina; lui duro, imbronciato, a cambiare di posto. Poi gli si sedette accosto, vicinissima, e gli prese una mano, affaticandosi inutilmente per riuscire a sbottonargli un guanto.
—Via, noioso che sei, lèvati i guanti!
—No; adesso me ne vado. Con questi fiori c'è da rimanere avvelenati—e si schiarì la gola due o tre volte, dispettosamente pensando fra sè, con una gelosia rabbiosa, che, ad onta di tutte quelle moine, il capitano era ricevuto prima delle dodici, mentre per lui la porta rimaneva chiusa fino alle due.—Perfida!—Più Lavinia quel giorno gli sembrava carina, attraente, e più cresceva il suo malcontento, così ch'egli adesso ritornava infelice, ma di una infelicità che lo rendeva fiacco, sfinito, sotto il colpo improvviso di quel gran dolore. Rimproverarla? a che pro? Lei avrebbe negato, lui non le avrebbe creduto, dunque…. dunque tanto valeva risparmiare il fiato e mostrarsi invece un uomo di spirito coll'abbandonare quel posto assediato e forse, Dio non lo volesse, espugnato dallo stato maggiore!—Nella guerra d'amor vince chi fugge! e allora chissà, fuggendo lui, che Lavinia non incominciasse a corrergli dietro. Michele però non si fermerebbe, continuerebbe a fuggire, ed era tanto risoluto in quella idea, che già si sentiva le gambe stanche…. forse per il gran correre che faceva coll'immaginazione.
Lavinia, nel frattempo, sempre colla testa bassa e dopo molta fatica, era riuscita a levargli un guanto; rimaneva il secondo, ma il buon Michele, pochissimo compiacente, si ostinava a tener l'altra mano abbrancata sul bracciuolo del sofà, dalla parte opposta a quella dov'era seduta la contessa. Questa, ostinata anche lei, non si diede per vinta, si distese, si allungò, riuscì ad afferrargli il braccio e si sforzava a tirarsi Michele vicino, mentre la sua testina bionda passava e ripassava proprio sotto il naso di Michele, il quale, dalla gran paura che alle volte gli sfuggisse un bacio, piegò il capo vivamente all'indietro; troppo vivamente, chè colla nuca, battè, tanto forte da farsi male, contro la cornice a punte dorate del sofà. Lavinia non potè contenersi, cominciò a ridere, e più quell'altro faceva la faccia inferocita e più lei rideva. Il buon Michele, sfido io!, perdette la pazienza, e, un po' per il dolore, un po' per il dispetto della figura che ci faceva, e per tutto il resto unito insieme, si alzò, avviandosi risoluto verso l'uscio, e salutandola appena con un—Buon giorno—che pareva un morso dato nel vuoto.
—Vai via?
—Sì.
—Per ritornare?
—No.
—No?… per sempre?
—Per sempre!