—Tanto meglio!

Lavinia tornò a rannicchiarsi nel suo cantuccio…. ma questa volta fece il muso anche lei. Il suo però, manco a dirlo, era un musino che non aveva nulla a che fare coi visacci di Michele, il quale, giunto sulla porta, sperava che Lavinia lo richiamasse indietro; ma invece la contessa non fiatò; allora si decise da solo, e piantandosele innanzi, mentre lei tornava a sorridere, e fissandolo con degli occhietti furbi, sbarrati, ne imitava a tratti, comicamente, la mimica della faccia:

—Amleto—egli disse con tragica espressione—Amleto, quando chiamò la donna perfida come l'onda, non era matto, signora contessa, no, non era matto.

—Oh! oh! quanta erudizione!—esclamò Lavinia, con poco rispetto per l'oratore.

—Addio, signora contessa!

—Addio, signor conte!

—Stupida!—brontolò Michele fra i denti, attraversando l'appartamento, sconcertato per il cattivo esito della sua parlata; ma quando, nell'anticamera, aiutato dal servo, indossava la pelliccia, si riaprì la porta interna, e Lavinia, sorridente, scherzosa, maliziosetta, fece capolino fuor dell'uscio che teneva socchiuso, colla sua manina bianca quasi coperta dagli anelli ingemmati:

—Se stasera il signor conte si sentirà meglio, l'avverto, per sua norma, che io vado all'opera. Numero nove, second'ordine, a sinistra.

—Grazie, contessa, ma stasera devo andare alla commedia.

—Pazienza: la sua ferita le duole forse?