—Il nove, second'ordine, a sinistra…. credo.

I due amici si strinsero la mano: uno si fermò nel caffè, l'altro,
Michele, ne uscì e ritornò alle sue meditazioni peripatetiche.

—Appena quella gente lì, che adesso schiatta dall'invidia, conoscerà la mia ritirata, figuriamoci come gongolerà dal piacere!… Ma chi ci guadagna un tanto, per giunta, è il capitano…. Antipatico! l'unico che mi faccia dispetto, che mi faccia rabbia, chè, di tutti gli altri, non me ne importerebbe uno zero. Diranno adesso ch'io sono stato battuto, vinto, messo alla porta; è falso, falsissimo, perchè l'ho piantata io, la contessa Lavinia; ma questo fatto chi lo saprà?… nessuno, e intanto diverrò la favola, il ridicolo del paese.

E il buon Michele si vedeva adesso disonorato per avere appunto voluto salvare il proprio onore con troppa precipitazione.

—Se mi fossi ingannato—continuava—se i miei sospetti sul capitano fossero privi di fondamento? Oh! no; pur troppo tento d'illudermi, ma non ci riesco: stamattina potrei quasi giurare di averlo visto io, coi miei occhi, uscire da Lavinia. Che cosa faceva dunque in Via Nazionale?… Affari di servizio! li chiama affari di servizio, lui! Sarebbe un po' meglio che il Governo li facesse lavorare davvero, questi soldati, con delle marcie, con delle grosse manovre, con delle spedizioni, magari nel centro dell'Affrica. Oh! per Dio! sotto la destra se lavoravano di più! E poi con che costrutto cercherei d'illudermi? ormai la è finita: certo, se Lavinia non avesse avuto del contrabbando, non mi avrebbe proibito di andare da lei prima delle due!… Però è una gran disgrazia che mi è toccata, sicuro; e siccome le disgrazie non vengono mai sole, così ho avuta anche quell'altra di accorgermene troppo presto. Come farò d'ora in poi a passare il mio tempo?… La sera, pazienza, vuol dire che mi abbonerò al teatro come un marito qualunque; ma di giorno?… Che cosa farò tutto il santo giorno? Per oggi, tanto, sono le quattro e mezzo, ci rimedierò coll'andare a pranzo mezz'ora prima; ma domani?…

Non posso mica andare a pranzo appena alzato da letto, domani!…
Perfida e senza cuore!—

Al club non trovò nulla di pronto e se ne indispettì, quantunque egli non sentisse la fame, essendosi anche troppo indebolito per causa della colazione soppressa e per la limonata che lo avea gonfiato come una rana. Avrebbe fatto bene a cominciare il pranzo con una minestra al brodo, calda e sostanziosa, e lui, difatti, l'avea domandata; ma quando il cameriere gli disse che bisognava farla andare apposta, allora la disordinò brontolando che il servizio del locale era un servizio pessimo e che bisognava cambiare la direzione. Terminato lo sfogo, si trovò dinanzi una porzione di carne lessata che opponeva al dente una ostinazione degna di miglior causa. Michele la voltò, la rivoltò, ci battè sopra sdegnosamente col piatto del coltello e finì coll'ingoiarla a stranguglioni.

—Auf!… che vita!… E pensare—continuava fra sè—che quella donna aveva l'impudenza di ripetermi due volte al giorno, dalle due alle cinque e dalle nove alle dodici, che mi voleva bene, e poi m'ha lasciato venir via senza dirmi una parola…. M'avesse scritto almeno, ma no: cioè no, veramente, non lo posso sapere, perchè in tal caso avrebbe spedita la lettera a casa mia; anzi è quasi probabile, è sicuro quasi che lo ha fatto.—

E allora, nella tenebra profonda di quella grande infelicità che lo aveva preso tutto, dal cuore allo stomaco, la speranza vi alitò un nuovo raggio di luce benefico e ristoratore.

Lasciò il pranzo da finire; già quella porzione di carne alida e tigliosa lo aveva affaticato, come se avesse smaltito un bue, e andò a casa dritto, quasi correndo.