—È arrivata una lettera per lei, signor conte, mezz'ora fa.
—Datemela.
Questa volta il presentimento non ingannò Michele, che lacerò la busta e lesse con un sogghigno d'incredulità: «Domani vi aspetto prima delle due, prima dell'una ed anche prima di mezzogiorno se volete. Bambino, bambino, bambino!—L.»
—Troppo tardi, cara!…—si svestì con fretta concitata, strappandosi i bottoni, si cacciò nel letto e spense il lume senza nemmeno leggere la gazzetta. Sotto l'inaspettata dichiarazione del capitano egli ci vedeva chiaro lo zampino di Lavinia, la quale, volendo salvare la propria riputazione, aveva scritto a lui quel bigliettino per adescarlo, e aveva ottenuto nello stesso tempo dal capitano che gli facesse delle scuse.—Oh! era una scaltra, quella là, e sapeva menare per il naso tutto il mondo. Con lui però non ci sarebbe riuscita, oh no! piuttosto se lo sarebbe tagliato!… Se non fosse per lei, il capitano Arditi che contava tre campagne, due medaglie al valor militare e tanti duelli quanti non bastavano le dita di una mano a numerarli, si sarebbe indotto ad un passo simile?… Perfida!… ma egli si sarebbe vendicato facendosi uccidere ad ogni costo!
Il buon Michele non poteva pigliar sonno: si rivoltava nel letto smaniando, colla gola secca, bruciata dalla sete, e si sentiva nelle orecchie un ronzio fastidioso come se la camera fosse tutta piena di zanzare.
Quando alla fine si addormentò, fu sconcertato dai sogni più strani: Lavinia, in mezzo alle tenebre, con una veste scolorita, i capelli di un bigio chiaro, pallida, gli si avvicinava, allungandosi, assottigliandosi, finchè, come una mignatta, attaccava la sua bocca al petto di Michele e ne succhiava il cuore…. e il povero paziente soffriva la sensazione di un vuoto strano e molesto; poi, d'un tratto, la scena variava. Egli era in mezzo ad una campagna sterminata coll'erba e gli alberi color cenere di sigaro, e vedeva contro di sè il capitano, ch'era diventato magro e lungo come Don Chisciotte, con uno spadone che teneva a due mani; ed egli si lasciava infilare colla stoica tranquillità di un dindio morto; ma poi si avanzava lentamente, con isforzi inauditi, che lo facevano sudare, sulla lama che gli attraversava il corpo, finchè giungeva ad abbrancare il suo rivale fortunato: allora, con ugolinesca rabbia, cacciava i denti nelle carni del capitano e, cosa orribile a narrarsi, Michele, di solito tanto schifiltoso, trovava quella carne saporitissima!…
***
Sì svegliò che erano le nove e mezzo, si vestì alla lesta e alle dieci in punto entrava in casa di Sant'Arduino che faceva colazione; Michele annusò con intima compiacenza il profumo dì un consommè di pollo, che davvero doveva essere eccellente.
—Mi fai compagnia?
—No, grazie.