—Sai, Gino, gli disse il conte Raiberti che l'incontrò nell'anticamera, devo farti delle rettifiche a proposito delle cognate.
—Delle cognate?
—Cioè delle due cugine, delle Tolosana insomma che io credeva cugine, mentre invece sono cognate perchè hanno sposato due fratelli. Uno per una.
—Ah! tu in fatto di parentele sei sempre lo stesso confusionario.
Gino, uscito da casa Melikoff, contro al solito quella notte non si avviò verso il club. Aveva bisogno di essere solo, di fantasticare. Passeggiò come lo portavano le gambe, a caso, per viottoli e strade deserte, camminando nel fango e nelle pozzanghere colle sue scarpine da ballo, colla pelliccia aperta, quantunque facesse un freddo acutissimo, e col paracqua chiuso quantunque cadesse un'acquerugiola fitta come neve. Suonavano le quattro quando si trovò sulla porta dell'albergo.—Le quattro!… Dodici ore ancora!… Una eternità. Per accorciare il tempo non c'è che uno spediente: dormire…. se si può. Gino fece prova di questo espediente, e il giorno dopo, alle tre, quando il cameriere aprì le finestre della sua stanza, egli sognava la moglie del superstite Tolosana.
***
—Bravo Recanati! Credevo che ella si fosse dimenticato dell'impegno che avea preso—disse la marchesa Lucia animando il salottino col fru-fru della sua veste di seta turca ed inondandolo con un profumo acuto, inebriante; un profumo ed un fru-fru che scossero tutte le fibre di Gino.
—Dimenticarmene?… Se da ieri notte io non fo che pensare a lei! non fo che desiderare questo momento, imprecare al tempo, pigro, eterno, noioso?!
—Dio mio, quale crescendo! Badi però che sono le quattro suonate.
—Lei m'ha detto, marchesa, che riceve dalle due alle quattro….