—Mai più?…—disse Lucia con un accento e una espressione che mostravano del rincrescimento sincero….
—Riparto questa sera per la Spagna.
—Ebbene, me ne dispiace molto, molto.—Dicendo queste parole Lucia si era rifatta seria, e i suoi occhioni avevano un'espressione così ammaliante, che Gino credendola forse pentita del suo scherzo e dolente per la sua partenza, ritornò indietro, vicino a lei, e, prendendole una mano:
—Davvero?—le domandò—ve ne dispiace molto che io ritorni in
Ispagna?
—Molto, perchè la nostra diplomazia mi pare in cattive mani!
QUINTINO E MARCO
L'avevano chiamato Quintino, perchè bisognava trovare ad ogni costo una parola che, mentre ricordava al pover'uomo tutta la sua miseria, lo insultasse, e facesse ridere; e la parola fu trovata.
S'egli fosse stato meno forte, incontrandolo gli avrebbero allungato dei calci, oppure avrebbero fatto una gran baldoria, buttandogli in faccia dei pugni di sabbia o delle manate di fango; s'egli avesse avuta una casa, una mensa, una donna, sarebbero entrati là dentro per attossicare quel pasto, per offendere quella pace e per tentare quella donna: ma il disgraziato, quantunque paziente e mite, era forte…. ed era solo. Non restava dunque che il veleno dell'ironia; e il pitocco seminudo, che non aveva mai un soldo in saccoccia e non portava con sè che una gran fame per tutto bagaglio, fu chiamato Quintino perchè allora appunto era ministro delle finanze Quintino Sella. Quel nomignolo, buttato là per ischerno da un burlone ben pasciuto, fece dimenticare il vero nome dell'oscuro martire, crocifisso dal buon umore altrui, un nome, che la sua mamma forse, povera pia, avrà voluto scegliere apposta per lui da un vecchio libro di preghiere. Ma Quintino era buono, paziente, rassegnato; e non solo sopportava tutto, anche quell'insulto quasi feroce, sorridendo con un sorriso così mesto che avrebbe dovuto inspirare un po' di compassione, ma per far ridere ancora di più, aveva messo il nome d'un altro ministro delle finanze, di Marco Minghetti, al fido e solo amico ch'egli avesse al mondo; al suo cane. E Marco era proprio degno di Quintino; era una bestiaccia magra, sozza, appuntita; ma però giudiziosa, compassata, prudente…. o dormiva, o pensava. Mai un latrato, mai un ringhio ostile, non faceva mai un salto più del necessario, non faceva mai una corsa alla quale non fosse stata obbligata. Tutto il suo còmpito si riduceva a far da sentinella con un cheppì di carta ed un randello per fucile. I soldati, a veder quel fantaccino più rassegnato che formidabile, se lo indicavano l'un l'altro, ridevano a crepapelle, gli si fermavano a frotte d'intorno e facevano sì che la bestia fosse più profittevole dell'uomo.
Quintino lo capiva, e quando guardava Marco, accarezzandolo colle mani lunghe ed ossute, i suoi occhi rivelavano una tenerezza infinita.
Come l'uomo, anche la bestia era triste e meditabonda. Quintino diffondeva la sua melanconia su Marco; e tutti e due, confusi nello stesso dolore, parevano maledetti dallo stesso destino.