Certo i due affamati che si scorgevano lontani, sul fondo bianchiccio della strada: certo quell'uomo vestito di rosso, magro ed agile, e quel cane tutto nero che rigava col muso l'arso e polveroso terriccio, camminando a sghimbescio, formavano un quadro triste e lacrimevole al quale non c'era raggio di luce nè colori di maggio che prestassero un solo riflesso giocondo.

L'esistenza di Quintino era simile a quella di un bandito perduto in una macchia, senza un pensiero della vita, senza un desiderio, senza mai una speranza; e alle volte cercava invano una goccia d'acqua, mentre bruciava dalla febbre, cercava invano un mucchio di paglia mentre cadeva sfinito dalla stanchezza.

Tuttavia egli non si lamentava mai; era sempre muto come Marco, e l'uno e l'altro facevan festa a chi donava loro un pezzo di pan nero, anche se non lo dava per carità, ma solo per tenere in vita quelle due strane creature che facevano ridere coi loro giuochi e col loro aspetto così buffo e meschino.

E come non riuscivano a sfamarsi proprio del tutto, così non avevano mal nemmeno un giorno di riposo. Camminavano sempre attraversando le città, i borghi, i villaggi, ed erano sempre in mezzo alle feste, al chiasso e alle allegre ribotte. Quintino colla sua faccia da funerale, e Marco Minghetti colla coda fra le gambe.

Ma quando l'uomo scorgeva di lontano al di là di una strada lunga, arida, corsa dalla polvere o impaludata dal pantano, il paesello nel quale ricorreva un mercato o una fiera, affrettava il passo come un povero ciuco al quale si fa passar la stanchezza e il dolor di reni con una bastonata, e allora dei lunghi e grossi sospiri gli salivano su dal cuore alla gola, come se dietro a quelle bandiere svolazzanti, a quegli archi di mortella, al brulichìo di quella gente, ci fosse stata per lui la gogna o il patibolo. Ma la fame lo faceva affrettare, allungava il passo e con un fischio confortava il suo compagno di viaggio e di gloria che gli trottava alle calcagna, col muso basso, colla lingua fuor dalla bocca, penzolante.

Tutti e due andavano dritto fino in mezzo alla piazza più frequentata; e là Quintino piantava le sue tende: stendeva un canovaccio sudicio per terra, intanto che Marco lo stava a guardare riposando sulle gambe di dietro e il collo piegato per il fastidio della cordicella che gli teneva fermo sul capo il cheppì di carta. Quando tutto era pronto, il cane si rizzava su, dritto in piedi, il saltimbanco gittava per aria, salutando la folla, il cappellaccio a tre punte, e la rappresentazione incominciava.

Era un uggioso spettacolo. Pareva che quella maglia di un rosso scialbo e stinto dalla pioggia e dal solleone, coprisse uno scheletro. Quando scattavano in salti e capriole o si allungavano o si torcevano, le ossa del saltimbanco pareva che scricchiolassero. Era un pagliaccio ben triste quel povero Quintino!…

Egli campava la vita sempre chiuso dentro a quelle sue maglie lacere che non lo difendevano nè dal caldo nè dal freddo, coi calzoncini corti a sbuffi verdi filettati di lustrini anneriti, colle scarpacce bianche, sformate, la coda e il cappello da Meneghino, e, da anni, viveva in quella buffonerìa della miseria, come se per lui fosse diventata la sua propria carne; come Marco viveva nel suo pelo lungo e inzaccherato. La faccia di Quintino però era ancora più buffa del muso di Marco: quei capelli nerissimi, ruvidi, dritti, parevano un pennacchio, così tagliati all'ingrosso come erbe selvatiche rotte da un colpo di falce. Nel suo viso si vedevano ogni sorta di rughe; aveva l'occhio senza sguardo, la fronte immota, una rossiccia lanugine sul mento; e perchè all'ironia degli uomini fosse compagna l'ironia della natura, lui, che mangiava così poco, mostrava dalla sua bocca larga dei denti lunghi e bianchi che avrebbero macinato un forno intero.

I suoi esercizi erano numerosi e variati. Dava principio al trattenimento il giuoco della tartaruga, nel quale si vedeva Quintino ad allungar le gambe all'indietro della testa, accavallandole attorno al collo, mentre, appoggiandosi colle mani sulla stuoia, dondolava col corpo fra le braccia dritte, tese, che parevan di ferro. Poi c'era il salto chinese, e poi l'a due, ovverosia la passeggiata comica: in questo esercizio Quintino faceva sbellicar dalle risa passeggiando guardandosi intorno coll'aria da moscardino, arricciandosi i baffi, fingendo di fumare con un pezzo di legno, che avrebbe dovuto essere un mozzicone di sigaro, tenendosi il cappellaccio piegato sulle ventiquattro; e tutto ciò mentre Marco, col muso basso e col cheppì che gli cadeva sugli occhi, gli entrava e gli usciva di mezzo alle gambe, seguendolo ad ogni passo senza mai farlo incespicare, con una precisione di tempo degna di un matematico. Ma la rappresentazione finiva però sempre col meraviglioso salto del Niagara, che veniva annunciato come un grande e straordinario esercizio, unico nel suo genere. Difatti era questo, si può dire, il cavallo di battaglia del celebre Quintino. Figuratevi ch'egli saliva come un gatto in cima a sei o sette seggiole, messe l'una sull'altra; poi, quand'era arrivato all'ultima, mentre la mobile colonna dondolava sotto il suo peso, Quintino, il capo all'ingiù, si sollevava dritto sulle braccia, colle gambe all'aria, stava là qualche secondo, poi prendeva la spinta e si slanciava a cader lontano su due piedi, nello stesso punto che le seggiole precipitavano per terra con un fracasso di grande effetto.

Marco, che serio serio era stato immobile a guardare il suo padrone durante tutto l'esercizio, a questo punto gli si avvicinava pian piano dimenando lentamente la coda: cerimonia alla quale egli si abbandonava molto di rado.