Ma quantunque col salto di Niagara Quintino arrischiasse l'osso del collo ad ogni rappresentazione, tuttavia, quando lo incominciava, non si vedeva mai incoraggiato da un pubblico numeroso. Ciò avveniva perchè, messe le seggiole l'una sull'altra, prima di dar principio alla salita, Quintino andava in giro col piattello, e allora quella gente, pare impossibile ma è proprio vero, diventava in sull'attimo di una sensibilità eccessiva, e chi gli voltava le spalle brontolando che quel genere di giuochi avrebbe dovuto esser proibito dalla Questura, chi spergiurava che gli metteva il capogiro, un altro che gli faceva tornare a gola il desinare; ma però, appena il saltimbanco aveva riposto il piattello e cominciava a salire, tutti i suoi disertori si voltavano uno alla volta e si fermavano un po' discosti per vederlo lavorare. Finito il salto del Niagara egli restituiva le sedie a chi gliele aveva imprestate, raccoglieva da terra il canavaccio piegandolo in quattro, e ripigliava il suo viaggio senza dire una parola, senza barattare un saluto e senza curarsi nemmeno dei monelli che lo seguivano per un buon tratto di via, gridandogli dietro colla vociaccia squarciata: Quintino! Quintino! accompagnando molte volte quel loro saluto con qualche torsolo che capitava a lui nella schiena, ma che non gli facea volgere il capo, o con qualche sassata che arrivava fino a Marco Minghetti, il quale, colto così all'improvviso, benchè continuasse col muso basso per la sua strada, dava però in un guaìto breve e sommesso.
Nè quell'uomo nè quel cane sentivano rancore per quegl'insulti; essi dimenticavano tutto. Ogni giorno avevano troppe angosce da soffrire, perchè potessero ricordare le amarezze del dì innanzi. Una sola volta Quintino ebbe un impeto d'ira furibonda contro un perverso che gli avea chiesto, ghignando, s'egli sapeva dov'era nato. Il saltimbanco, smessa d'un tratto l'abituale mansuetudine, saltò addosso come una belva a quell'uomo senza cuore, lo percosse, lo afferrò per la gola…. e forse lo avrebbe ucciso se non ci fosse stato là chi lo salvò dal commettere un delitto. Ma il tristo che gli avea fatto così male, egli non lo incontrò più sulla sua strada; e quindi si dimenticò ben presto anche del solo ed unico suo odio.
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Nessuno sapeva bene chi fosse Quintino, nè di dove venisse; ma però, cosa strana, pareva a tutti, anche ai nonni, anche ai più vecchi, anche al campanaro che aveva quasi cent'anni, d'averlo veduto sempre e sempre così, fino da quando durava loro la memoria, con quel cappellaccio a tre punte e le maglie stinte, e lo credevano sempre lo stesso. S'ingannavano però: l'uomo era diverso, benchè fosse la stessa maschera di pagliaccio che appariva di fuori e la stessa sventura che ci soffriva dentro.
Solamente da dieci anni Quintino durava in quella vita e in quel mestiere:—Per la fabbrica dell'appetito—come diceva lui.
Egli era nato fra le acque putride e le canne insulse e giallognole di una campagna paludosa del Veneto, vicino al mare, dentro un casone nero, ampio, umido, diroccato e abbandonato da tutti, che la leggenda paurosa dei contadini chiamava col nome di Cà del diavolo. Non vi era pace, non vi erano sorrisi, non vi erano baci, non si sentiva mai una parola d'affetto in quella casaccia dove il lugubre silenzio era interrotto soltanto dal fischio del vento, che vi penetrava come un padrone impetuoso e villano dallo spacco dei tetti e dalle imposte sgangherate.
Ogni volta che Quintino, così solo nel mondo, pensava a quella bicocca, sentiva dei brividi di freddo corrergli per tutto il corpo, e quando la ricordava, prima di addormentarsi sotto un albero nell'estate, o in un fienile o sui gradini di qualche chiesa nell'inverno, egli si faceva fremendo il segno della croce.
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Suo padre più d'una volta avea dato da fare alla Polizia e, per non incomodarla ancora, dopo una rissa nella quale aveva lasciato correre una coltellata ad un altro contadino proprio sull'uscio della bettola, era emigrato in Sardegna; e nel Lombardo-Veneto non si fece più vedere.
Sua madre era stata una faticona tutta cuore…. pareva la bontà divina venuta al mondo per creare un disgraziato. Ma la pellagra, volgarmente detta il mal di miseria, che in quel tempo infieriva forse ancor più d'adesso, la segnò fra le sue vittime, e un cattivo giorno il povero ragazzo se la vide portare a casa colla faccia livida, enfiata, il corpo gonfio, gli occhi spenti: l'avevano trovata morta in una fossa d'acqua stagnante.