Da varî giorni ella avea già fatto temere che il cervello le dèsse di volta: si faceva ad ogni momento il segno della croce, borbottando: «Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l'anima mia—Vi dono il cuore e l'anima mia, Gesù, Giuseppe, Maria!» E colle mani coperte dalle ulceri, si premeva con fremiti di disperazione le testa gialla piagata.
Nella notte il ragazzo fu chiuso in casa tutto solo, colla povera suicida, perchè delle contadine chi non si arrischiava di far la veglia nella Cà del diavolo, e chi si valeva del pregiudizio per andarsene tranquillamente a dormire col su' omo.
Il giorno dopo, quando ritornarono a prender la morta col becchino, il ragazzo, tremante di paura, scappò via appena l'uscio fu schiuso, chè non voleva lo seppellissero anche lui colla mamma, e, fuggendo a casaccio, si smarrì fra le steppe e le distese d'acqua paludosa.
***
Andò ramingando solo solo per varî giorni, finchè fu incontrato da un funambolo che lo prese e lo condusse seco, che gl'insegnò il mestiere e lo avviò alla vita a forza di calci e di percosse; ma che più tardi, quando venne a morire di tisi in una stalla come una scimmia, lasciò in eredità al suo alter ego le proprie maglie sdrucite, il cappellaccio bisunto e una giacca logora di frustagno. Allora Quintino continuò tutto solo quella brutta esistenza, poi, un giorno, s'abbattè nel futuro Marco Minghetti, allo stesso modo ch'era stato incontrato lui, qualche anno innanzi, dal funambolo, e lo prese con sè; ma ricordandosi ancora il bruciore dei calci e delle busse patite, volle risparmiarle al proprio allievo. Quella che non gli poteva certo risparmiare era la fame; però, in compenso, ci si abituarono a patirla insieme, e tanto bene, che Quintino, innanzi al colto pubblico e all'inclita, soleva dire con quel sorriso nel quale c'era dell'angoscia mista ad alcunchè di dolcezza—«Di fame, illustrissimi signori, non si muore, ve lo so dire per pratica, ma vi domando un soldo perchè, viceversa, si può morire di sete!»
A questa buffonata, tutta quella gente, ch'era solita a desinare, si metteva a ridere e a batter le mani; anche il povero Quintino, per continuare il giuoco, faceva allora delle smorfie e dei lazzi comicissimi, ma mentre colle mani suonava il tamburone sulla pancia vuota, egli guardava cogli occhi pieni di compassione e di lamenti il suo fido compagno di glorie…. e di digiuni.
Tuttavia era l'inverno il nemico più crudele dei due disgraziati. Quando erano stanchi, affranti, estenuati dai calori dell'estate, si sa bene, trovavano sempre un po' di refrigerio sotto l'ombra densa degli alberi e c'era sempre anche per essi una corrente d'aria fresca e refrigerante sulla riva di un fiume…. ma l'inverno?… l'inverno col freddo, colla neve, colle notti di dodici ore?!…
Ed era appunto l'inverno, sull'imbrunire, dopo una giornata di viaggio, che Quintino e Marco si trovarono finalmente in vista di una cittaduzza. Fra tanta gente non ci sarebbe stata l'anima buona che per carità volesse cavar loro la fame?… Fra tante case accumulate le une colle altre, non avrebbero trovato un buco, una tana, per ripararsi dal freddo e riposare?
Cadeva un'acquerugiola fitta fitta, minuta, ghiacciata. Quintino non aveva più nemmeno la giacca di frustagno; l'aveva dovuta cedere ad un bracciante in cambio di una fetta di polenta…. A confronto suo. Marco Minghetti poteva proprio dirsi un signore, e Quintino glielo fece notare.—Coraggio, Marco! tu hai la pelliccia, come un conte, come un riccone sfondato.—Marco, per tutta risposta, squassò, dimenandosi con violenza, l'acqua che gli si era diacciata sul pelo nero.
Quando arrivarono alle porte, Quintino fece sghignazzare i doganieri che lo guardavano battere i denti con quel freddo cane, non avendo per tutto vestito che un calzoncino e un corsetto di maglia.