Ramolini solo non si commosse; invece si coprì le ginocchia con uno scialletto che gli aveva prestato apposta la Cecilia.

Il Ponte di Rialto, dal quale si vedea sporgere gremita una folla di teste, era così bianco, rischiarato dalla luce elettrica, da sembrar quasi trasparente. Lungo il Canal Grande, tutto pieno, tutto coperto di gondole, le case colle finestre e i balconi illuminati, uscivano dall'ombra, scure, fosche, sotto il cielo chiaro e diffuso; e qua e là, fra le colonne dei gotici palagi, bruciava a sprazzi come un incendio, la luce rossa del bengala. Intanto dalla galleggiante, elegantissima pagoda adorna di vive fiammelle e di palloncini di vetro a colori, si spandeva nel vasto silenzio, la voce di due donne, lenta, squillante.

Era la serenata del Sabba Classico:

La luna immobile,

Inonda l'etere

D'un raggio pallido.

Tutte le gondole stipate, a ridosso le une delle altre, erano ferme, immobili: soltanto l'altalena lenta dell'acqua le movea appena come un largo respiro. Le donne avvolte nei veli, sdraiate sui cuscini, avean la bocca semiaperta, l'occhio socchiuso. I gondolieri in piedi, ritti, a capo scoperto. Tutta quella immensa folla ascoltava muta, quasi assopita da un'onda dolcissima, voluttuosa.

E la canzone continuava:

Doridi e silfidi

Cigni e nereidi,