— L'ho detto io, che doveva piovere! — strillò la Cecilia — ma a me, è inutile, nessuno vuol dar retta, e adesso roviniamo tutta la roba! — e ciò detto si slacciò il cappello e se lo levò: — era nuovo — e in fretta se lo mise sotto la mantiglia.
— Ma se si vedono le stelle! — Prandino non ne indovinava una.
— Meglio per lei, se le vede. Questa, intanto, è acqua che viene!....
Il Cavaliere aprì un ombrellino, ma invece di prender sotto la Cecilia, lo tenne tutto per sè. Il Maggiore, più galante, e piegandosi un po' a destra e un po' a sinistra, chè sulla panchettina della gondola cominciava a trovarsi maluccio, teneva coperta l'Elisa. Gegio era stato cacciato da sua madre sotto le gambe dell'Ariberti, al quale, così, non rimanea da far altro che lasciar piovere e pigliarsela tutta.
I goccioloni si fecero presto più fitti, più minuti, finchè l'acqua venne giù proprio a dirotto. Allora in quella ressa di gondole era un continuo muoversi, uno spiegarsi confuso di scialli, di fazzoletti, di ombrellini, un tramestìo disordinato, un chiasso assordante di grida, di strilli e di risa, mentre invece quelli delle finestre se la godevano allegramente al nuovo spettacolo e batteano le mani.
Prandino, fradicio, era tutt'occhi e tutt'orecchi, attento ai gondolieri che lavoravan di remi, rossi in viso, grondanti d'acqua e di sudore, vociando e sbraitando a più non posso.
— Scia!
— Scié!
— De zo le pope!
— Che sia questa la volta che si va sott'acqua? — tornò a domandare Prandino al Cavaliere.