— Ci siamo già, mi pare.
L'Elisa rideva e strillava, fremendo con iscatti che avrebbero voluto imitar quelli di una bambina impaurita. Il Maggiore, tutto indolenzito, tentava di allungare le gambe, ma non ci riusciva. Gegio, pacifico, si asciugava il naso nei calzoni di Prandino mentre sua madre brontolava che dei freschi ne aveva avuto abbastanza, e che non ce la piglierebbero più, per tutta la vita.
Le gondole continuavano a urtarsi, ma avanzavano stentatamente.
— Dè una vogada de manco, che me casso soto! — gridava il barcaiolo di prora della gondola di Prandino, ad un altro, ch'era in un'altra gondola lì vicina.
— Stè indrio vu, che go pressa!
— E alora voghè, movéve!
— Fogo in mànega, paron? Arè che furie!
— Andè a sciosi, andè!
A questo punto le due gondole sbacchiarono, urtandosi, con un tonfo sordo di legno; ma quella di Prandino rimase indietro:
— Andè a vogar in peata, andè!