— Via, via, Maggiore, non pensi male. Non ho nessuna idea di ribellione. Eccola là, la mia guardiana! — e, alzando l'ombrellino, indicò fuori dalle colonne la D'Abalà, rossa, scalmanata, in quello stato! che inseguiva Gegio gridando forte, mentre il monello le scappava dinanzi in mezzo alla piazza, per correr dietro ai colombi.

Per quanto tentasse tutti i modi e cercasse tutti i pretesti, il conte degli Ariberti non potè restare solo colla contessa Navaredo altro che al Lido, alla sfuggita, sulla terrazza. La Cecilia si era allontanata per far preparare il camerino alla mamma, e il Maggiore era andato nel suo a spogliarsi. Ma però, anche allora, messo tutto in orgasmo, forse per averlo aspettato e desiderato troppo quel colloquio da solo a sola, non trovò nè modo, nè agio di dirle nulla. Solamente le domandò, come una grazia, che non uscisse al largo a nuotare: sarebbe stato troppo infelice, se avesse veduto il Maggiore tenerle dietro.

Bisogna sapere che al conte degli Ariberti non era concesso quel giorno di fare il bagno, per quanto ne potesse aver desiderio; chè gli era stato proibito dalla D'Abalà, la quale gli aveva imposto di tener d'occhio Gegio fino a tanto che ella rimanea colla mamma per aiutarla a spogliarsi e a vestirsi.

L'Elisa, dopo che Prandino le ebbe chiesta grazia, non gli rispose ne sì, nè no; ma gli sorrise in un modo che il fanciullone interpretò come assenso.

— Dunque sì?... me lo giuri?...

L'Elisa cominciò a guardarlo, ma si fe' seria e cominciò a sospirare.

— Perchè ti sei fatta così triste?

— Nulla, sai, non ho nulla: non mi sento a modo mio. Ma il bagno mi farà bene, servirà a scuotermi un po'!

— Devo parlarti. Ricordati che dopo il bagno ti aspetto fuori: verso la Favorita. Voglio restar solo con te.

— Vedrò se mi sarà possibile....