— No, se sarà.... deve essere possibile, perchè lo voglio.
— Ah! bambino mio! Se si potesse far sempre quello che si vuole, che paradiso sarebbe! — E l'Elisa sospirò di nuovo. Poi, come abbandonandosi a un'improvvisa risoluzione — addio, — gli disse, — vado a spogliarmi.
— No.... resta sulla terrazza.... è meglio evitare i commenti.
— Buon bagno, Contessa! — esclamò Prandino, salutandola ad alta voce.
— Au plaisir de vous revoir, caro Conte! — rispose l'Elisa con un tono che attirò l'attenzione dei vicini, e poi lentamente si avviò verso il compartimento delle signore.
Anche quel giorno la contessa Navaredo era stata molto affettuosa col conte Eriprando; ma però, in fondo alle sue moine c'era qualche cosa di triste che avrebbe dovuto mettere Prandino in sull'avviso. Col Maggiore, invece, l'Elisa non parlò quasi mai: tuttavia era affatto sparita dal suo sorriso ogni tinta ironica e ogni apparenza di sfida.
Adesso lo sfuggiva cogli occhi e li abbassava subito appena il Maggiore si metteva a fissarla coll'occhialino: voleva mostrarsi timida con una soggezione non priva di verecondia, quantunque, così striminzita com'era entro l'abito, non si potesse abbandonare ai molli e ai languidi atteggiamenti che le erano abituali.
Durante il tragitto sulla laguna, in vaporetto, si sedettero vicini mesti e taciturni.
Come già aveva annunciato Badoero il giorno prima, il vaporetto era meno affollato, le conversazioni tutte più intime o più sommesse; non si udivano risa, ma si vedevano soltanto sorrisi. Badoero salutò da lontano le Contesse di Vicenza. Era tutto sussiego al fianco della principessa di Lentz, una vecchia alta, secca, arcigna, vestita di nero, che salutava appena con un cenno breve del capo, senza dar la mano a nessuno e rimanendo quasi sempre in piedi, come se là, sul democratico vaporetto, ci stesse a regnare, a ricevere suppliche e a dispensare grazie.