Chiuse la finestra, rimboccò le coperte del letto; uscì e tornò con un bicchier d'acqua fresca che pose sul tavolino da notte, e poi, finalmente, se ne andò dalla camera, ma dopo aver salutato e guardato il suo figliuolo con una occhiata nella quale c'era dentro un bel bacione, ch'ella, intimidita, non osava dargli.

Prandino aveva cominciato a svestirsi quietamente, colla cura di chi non vuole strapazzare la propria roba. Piegò il panciotto e i calzoni, e involtò la cravatta di raso nero nello stesso numero del Giornale di Vicenza, dove c'erano i guanti. Fatto ciò, perdette ancora del tempo parecchio a lucidare la sua catena di similoro; una catena che credevano tutti, anche la contessa Navaredo, fosse d'oro massiccio. Levò quindi dal cassettone un cartoccio, nel quale stava involtato un portafogli unto e bisunto, il predecessore di quello che gli aveva regalato l'Elisa, e tornò a contare, operazione che da una settimana faceva regolarmente tutte le sere, il danaro che c'era dentro.

Non c'era verso: erano dugento ottanta lire, non una di più, non una di meno!... Allora tornò, come tutte le altre volte, a rifare i suoi calcoli: tanto pel viaggio, tanto per la camera, tanto pel vitto, pei bagni, per le acque, pei traghetti... Ne aveva per dodici giorni, a far molto! Fossero state almeno trecento, avrebbe avuto un po' di largo!.... Alla fin fine viaggiava con signore, e colle signore si spende sempre di più... poi c'era quel monello di Gegio, il quale si metteva a piangere dalla sete e voleva bere tutte le volte che vedeva un caffè.... poi c'era suo cugino Badoero, sicuro, che lo avrebbe condotto in società e che indirettamente lo avrebbe fatto spendere anche lui.

Bisogna sapere che su questo cugino Badoero il conte Eriprando ci faceva molto assegnamento per darsi arie a Venezia. Ne aveva discorso molte volte colla contessina Cecilia, e non parlava mai delle bagnature colla contessa Elisa, senza ch'egli non le promettesse di presentarglielo. Per dire la verità si conoscevano appena di nome, tanto da scambiarsi i biglietti di visita ogni capodanno e nulla di più. Ma, non importa, erano parenti lo stesso: e il Badoero, oltre di appartenere ad una gran famiglia, — figuratevi che fra maschi e femmine contavano in quella casa più di una dozzina di corni, corni ducali, s'intende, — oltre dunque di appartenere ad una gran famiglia era anche un riccone sfondolato. Ma pur troppo, per quanto il cugino Badoero fosse ricco, le ducento ottanta lire del conte Eriprando non ne volevano sapere di diventare trecento!...

E queste sue pene, dopo d'essersi levati gli stivali prima di saltare nel letto, le confidò tutte con un'occhiata piena di passione ad una fotografia portrait-album, ch'egli teneva sul suo tavolino da notte appoggiata a un elegante cavalletto di legno intarsiato.

In quel ritratto la contessa Elisa dimostrava una diecina d'anni di meno, ragione per cui tanto lei quanto il conte Eriprando lo trovavano somigliantissimo.

Era stata presa di profilo come dicono i fotografi: in piedi, a mezza figura. Aveva i capelli sciolti che le scendevano giù per le spalle e, fra le mani, teneva un libro aperto, che non doveva essere un libro di devozione.

Era appoggiata al davanzale d'una finestra, più che raccolta, assorta nella sua lettura: e la fotografia, con effetto di chiaro di luna, aggiungeva dei riflessi romantici a quel profilo delicatissimo di figuretta bionda e sentimentale.

Adesso il tempo avea giocato dei tiri assassini alla Contessa. Il collo le si era un po' ingrossato, le guance cominciavano a diventar flosce, le palpebre, specialmente la mattina. Le avea rosse e gonfie: la pelle scuretta, la fronte un po' rugosa, e quando apriva la bocca si vedeva qualche segno di lutto fra i mascellari: già il suo riso non era più limpido, squillante, argentino e breve; s'era fatto troppo lungo e sgangherato, e la finezza della vita era sciupata da un tantino di pinguedine. Di tutte queste disgrazie il conte Eriprando non se ne accorgeva: per merito della cipria, del belletto, della glicerina, del cold-cream e della crème froide, ma sopratutto dell'amore, egli la vedeva sempre bionda, bianca, sottile, con alcun che di vaporoso, di etereo, di virginale nell'espressione, soavemente melanconica del volto ed in tutta la linea elegante della personcina; tal e quale com'era là in quel suo ritratto... ch'ella da dieci anni continuava a far riprodurre.

Quella dolce contemplazione durò qualche tempo: poi, finalmente, si decise, spense il lume e saltò nel letto. Però anche al buio, la contessa Elisa, coi capelli sciolti, col libro in mano e tutti gli effetti del chiaro di luna appariva viva dinanzi agli occhi del nostro innamorato!... Com'era cara, com'era bella, com'era buona! — ed era sua!.... Quante felicità avrebbe godute con lei in quelle due settimane.... al Lido di giorno.... in gondola di sera..., e poi.... — Peccato ch'egli non avesse almeno trecento lire, e che non si potessero mandare al diavolo quell'uggiosa della contessina Cecilia e quello sbarazzino di Gegio!