CAPITOLO III.
Otto o nove anni addietro, quando il conte Eriprando d'adesso era appena Prandino, Elisa Navaredo, oltre al figurare come una donnina bella ed elegante, quale l'abbiamo veduta nel portrait-album, era per di più una dama elegante, che dava molto a parlare alla cronaca cittadina.
A Prandino, quella bella signora, le chiacchiere, i desideri, gli scandali che la circondavano, fecero subito una grandissima impressione. Egli non parlava mai della Contessa, ma ci pensava sempre, giorno e notte; e tutti i suoi castelli in aria erano pieni di lei, della sua grazia, della sua bellezza e de' suoi fascini provocatori. — Oh! quando fosse diventato un grand'uomo!... — qual è il ragazzo che non sogna di diventare un grand'uomo?.... — quando fosse diventato un grand'uomo, allora le confesserebbe d'amarla... e l'Elisa non gli direbbe certo di no!....
Tutto il suo avvenire egli lo vedeva in lei e per lei, e tanto s'infervorava col pensiero fisso nella contessa Navaredo che, alle volte, facea delle lunghe passeggiate, solo soletto, fantasticando attorno a quella donna, fingendo di averci insieme dei colloqui d'amore o delle scene di gelosia, e terminava sempre coll'essere lieto o triste per davvero, a seconda che la sua immaginazione lo figurava amato o deriso.
Quando la incontrava, arrossiva tutto, sebben l'Elisa non lo guardasse neppure: tutte le domeniche, e le altre feste comandate, andava in Duomo, alla messa delle dieci, per vederla, per trovarsi dove era lei.
Ma, prima di quelle messe, sciupava tutta la mattina lavandosi e fregandosi tanto da spellarsi per diventare più bianco.
Rifaceva per una decina di volte almeno il fiocco della cravatta, perdeva un'altra mezz'oretta intorno alla scriminatura, e, proprio in mezzo alla fronte, s'impiastricciava un riccio alla rubacuori, che pareva un punto interrogativo.
Dopo d'averla guardata di lontano, per tutto il tempo che durava la messa, usciva fuori in fretta dalla chiesa e s'imbrancava, fermandosi sulla porta, cogli altri adoratori del bel sesso, per farsi vedere, e un tantino per farsi anche ammirare da lei. La Contessa, figurarsi!, gli passava dinanzi dritta, lesta, senza nemmeno accorgersi di quel bamboccione impomatato per amor suo, mentre vedendosela così vicina, a Prandino invece gli tremavano le gambe, gli si scoloriva la faccia, e benchè davanti allo specchio avesse fatte molte prove, tuttavia là non gli riusciva mai bene di riverirla levandosi il cappello con un largo giro del braccio e in tre tempi, salutare, inchinarsi e stringere i tacchi. Per lo più, quando si decideva a scoprirsi, la contessa Navaredo era già passata.
Però, soffriva spesso dei dispiaceri, delle gelosie, delle amarezze, che lo rendevano proprio infelicissimo. Bastava che, mentr'egli la pedinava di lontano, la vedesse accompagnarsi con qualcuno, perchè al povero Prandino gli si facesse nera l'esistenza, come il carbone. Allora s'imbestialiva, e nel suo furore a freddo, la copriva di vituperi, la chiamava leggera, civetta, e si figurava, quando sarebbe stato un grand'uomo, di farsi amare dalla regina per farle dispetto.