Del conte Navaredo, il marito della contessa Elisa, Prandino non soffriva gelosia: invece, quando si trovava con lui, era preso da una gran soggezione.

Un giorno, che lo incontrò, facendo una visita, si sentì confuso, impacciato, sconvolto, quasichè l'altro gli leggesse in fronte il segreto dei suoi desideri e della sua passione.

Per fortuna di Prandino, il conte Navaredo morì presto di un accidente, e non si potrebbe ridire la gioia dalla quale fu invaso alla notizia di questo avvenimento il buon ragazzo, del resto così mansueto e delicato di cuore, da scappar via dalla cucina inorridito quelle rare volte che la contessa Orsolina poteva abbandonarsi al lusso di tirare il collo ad un magro volatile.

Ma ben presto, appena finito il lutto grave, egli la scontò a caro prezzo quella sua gioia cattiva. Ogni giorno, a Vicenza, si dava in moglie la Contessa a qualche nuovo adoratore, e quelle chiacchiere tormentavano, perseguitavano il povero Prandino, che arrossiva e impallidiva tutto in una volta, con turbamenti strani e angosciosi. Allora leggeva Leopardi, piangeva, e la chiamava Aspasia.... quasi che lei ne avesse colpa! Più di ogni altro, poi, lo metteva fuori di sè un capitano di cavalleria, un riccone, il marchese Del Mantico, che teneva sempre dietro all'Elisa, come la sua ombra.

In tal modo, avvelenandosi senz'alcun costrutto l'esistenza e godendosi con poco sugo delle gioie immaginarie, il nostro Prandino diventò a poco a poco il conte Eriprando: ma l'ideale del ragazzo rimase pur sempre l'amore e il dolore dell'uomo.

Aveva vent'anni, quando si fece presentare in casa Navaredo. Era goffo, timido, impacciato; tutti lo deridevano senza pietà, e la Contessa più di tutti. Solamente due anni dopo, quando il marchese Del Mantico fu promosso a maggiore e cambiò reggimento, solamente allora il conte Eriprando cominciò ad essere preso in considerazione, ed ebbe in regalo la fotografia, portrait-album, con effetto di chiaro di luna.

Però egli lasciò correre del gran tempo, prima di spiegarsi intorno a' suoi sentimenti. Non osava.

Tutti i giorni che si recava dalla Navaredo, giurava a sè stesso di aprirle il cuore, di spiattellarle la sua brava dichiarazione; — ma quando era là, gli mancava il coraggio e la parola e apriva la bocca soltanto quand'era tornato via, per darsi del balordo, dell'imbecille e della marmotta.

Egli non la lasciava mai, taceva molto e la guardava sempre. Qualche volta la contessa Elisa, che aveva capito quanto foco covasse dentro per lei quel bel giovanotto balbettante, confuso, timoroso, che le riempiva la casa di amorini e perdeva tutto il giorno a dipingerle delle corone da contessa sui ventagli, le scatole e il parasole, qualche volta si godeva a metterlo alle strette; ma lui zitto, ammutoliva subito, abbassava gli occhi e tutto rosso parea rannicchiarsi nel suo abito nero, come una lumaca dentro al guscio.

Ma si sa bene, tira, tira, la corda si rompe.