— Però.... però, qualche cosa ci deve esser sotto, — pensava Prandino abbandonando la finestra e camminando in su e in giù nella cameretta, mentre si spogliava, — qualche cosa ci deve esser sotto. È impossibile che sia così cattiva di cuore. Certo, certo quella strega della D'Abalà, c'entra in gran parte nella faccenda. Sembra che sia lei innamorata del Maggiore. È con lui tutta moine, tutta finezze.... Maledetta!... Quello che ha in corpo, scommetto che non è un figliolo: ma è un sacco di malignità! Ma io vorrei sapere perchè l'Elisa deve sottomettersi a sua figlia, e rendersi infelice lei, e far infelice me, per i capricci e le simpatie di casa D'Abalà. — Che il Maggiore la voglia sposare? Senza dubbio, non può essere altrimenti. Ma se avesse aspettato due o tre anni, quando avessi avuto uno stato, l'avrei sposata io.
A questo punto, Prandino chiuse le finestre, spense il lume e entrò nel letto: egli sperava, allo scuro, di poter avere un po' di riposo, ma invece si trovò peggio. Vedeva il numero 40 fra le braccia del numero 43, e nell'eccitamento della fantasia, il numero 40 era ancora più bianco, ancora più biondo, ancora più bello del solito, e il 43 più nero, più vecchio, più brutto: — e il povero ragazzo si voltava smaniando nel letto, mentre le zanzare, ch'erano entrate in camera dalla finestra, ch'egli avea lasciata aperta per tanto tempo, col lume acceso, gli raddoppiavano l'agitazione e il tormento.
Ah! se non fosse stato povero, allora.... allora l'avrebbe sposata lui subito, domani. Ma con duecento quindici lire, non poteva già pensare di metter su casa! Che figura farebbe egli adesso, a Vicenza, quando vi fosse giunta la notizia del matrimonio della Navaredo con Del Mantico! Lui si sarebbe serrato a chiave nella sua camera, senza farsi più vedere da nessuno.
Già, sarebbe morto presto, così non la poteva durare!... No: no! A costo di finirla lui.... Sarebbe andato lontano lontano, colle lettere e i capelli dell'Elisa in tasca, e quando avesse trovato un precipizio in riva al mare, un bel salto.... e buona notte: egli avrebbe finito di soffrire.... e di far ridere quei pettegoli di Vicenza!... Ma tant'è, il numero quaranta restava però sempre fra le braccia del numero quarantatrè!...
La calma che si era fatta nel suo spirito, pensando di morire placidamente sotto l'acqua fresca del mare, si dissipò di nuovo a quell'idea tormentosa.
Ritornò ad agitarsi nel letto, a sospirare, a dolersi, e a poco a poco le angosce crebbero in modo, ch'egli non potè più reggere a sopportarle.
Era andato tutto in sudore: nella cameretta bassa, angusta soffocava dal caldo, e le zanzare gli ronzavano a torme sulla faccia, moleste e insistenti, aumentando il suo affanno colle loro punture irritanti.
Saltò giù dal letto, accese il lume, si vestì in fretta e uscì dall'albergo per respirare. Quando fu in piazza San Marco una folata di vento gli portò via il cappello. Prandino gli camminò dietro, triste, melanconico, e se lo calcò in testa senza nemmeno pulirlo. Tant'è; adesso che l'Elisa non gli voleva più bene, che cosa gliene importava a lui della sua roba?...
Il cielo era coperto, la piazza buia: entrò sotto le Procuratie squallide, deserte, e si sedette sospirando sopra una seggiola del caffè Florian. Nemmeno al fresco trovava il sollievo ch'egli aveva sperato. E pensare che quei pochi giorni di cura a Venezia, dovevano essere il suo paradiso!... E pensare che se li sognava da un anno! Mah!...
Per sentire un po' di sollievo, lo sapeva bene lui che cosa gli sarebbe bisognato!... Trovare il modo di vendicarsi di quella brutta strega della D'Abalà!... Ecco, questo gli sarebbe bisognato; perchè era lei la causa di tutto; era lei, lei sola, che nascostamente attizzava il fuoco. L'Elisa era una donna debole, senza volontà e forse....