E sospirò profondamente, in modo tale da far capire all'Ariberti che anche Jamagata sapeva qualche cosa del matrimonio d'Elisa.
Potapow, invece di commoversi a quella muta desolazione, uscì in una sonora risata e continuando le allusioni impertinenti.
— Courage, Courage! — disse al Console sentimentale, — le temps et les femmes il faut les prendre comme le bon Dieu nous les donne!
— Vous m'ennuyez, monsieur le Comte, vous m'ennuyez! — esclamò Jamagata con vivacità, diventando violetto, chè, alla fine, cominciava a perdere la flemma diplomatica.
Potapow, saltellando dalla collera, gli rispose per le rime; l'altro continuò più forte; il battibecco si faceva vivo, quando comparve sulla porta l'ombra nera del cavalier Ramolini, che fu come un secchio d'acqua fredda sui contendenti, ma nello stato d'animo in cui si trovava l'Ariberti, quel diverbio non lo commoveva: ne approfittò invece per dileguarsi senz'altri intoppi dallo Stabilimento.
Adesso Venezia gli metteva addosso un'uggia insopportabile, avrebbe voluto ritornare a Vicenza subito, quella stessa sera. Gli pareva che più presto fosse andato via, più presto avrebbe trovato pace. Credeva, povero illuso, di lasciar là, alla stazione, tutti i suoi dolori, e una volta chiuso in vagone e messosi in via, di dover respirar più leggero. Ma, mentre attraversava la laguna in vaporetto, sembrò che le cateratte del cielo si aprissero ad un secondo diluvio e Prandino arrivò alla Gondola d'oro così bagnato dalla testa ai piedi ed in tale stato da vincere la musoneria del portiere che, vedendolo, si mise a ridere.
— L'ha presa tutta, mi pare?
— Sicuro. Fatemi mandare il conto sopra, all'ottantasei.
— Parte il signore?
— Sì, parto.