CAPITOLO XIV.

Bisogna credere proprio che le impressioni che si subiscono da una donna amata fanno un effetto opposto a quello prodotto da un creditore. Prandino stesso avrebbe potuto notare questa verità sacrosanta, ma lui non aveva tempo da perdere per fare il filosofo!

A mano a mano che si allontanava dall'Elisa, essa gli si faceva ancora più cara e più necessaria; a mano a mano che si allontanava da Badoero, le ottocentocinquanta lire perdevano di valore. È un fatto, del resto, indiscutibile! quando non si vede il volto dell'innamorata, si sospira: quando non si vede la faccia del creditore, si respira!...

Finchè rimaneva a Venezia l'Ariberti tremava tutto all'idea d'incontrarsi al Lido o sotto le Procuratie con il Badoero la domenica del pagherò, senza avere in tasca la somma; ma da lontano questo pericolo non lo correva più e avrebbe meglio trovata una scusa o domandata una proroga, inviando intanto qualche piccolo acconto. Invece di parlare, era il caso di scrivere; e, si sa bene, certe cose che a dirle bruciano le labbra, si possono scrivere correntemente e senza fatica.

Ma l'Elisa, invece? Dall'Elisa più si allontanava e più la sentiva viva, possente nel cuore, nel sangue e nella testa. Durante quel viaggio del ritorno, sbalottato così solo solo in seconda classe, ricordava, con un desiderio amarissimo, l'altro viaggio fatto in prima, nell'andata, e gli pareva allora d'aver goduto il suo paradiso, tanto è vero che nella miseria si dimenticano i piccoli dolori che amareggiano i periodi della felicità. Prandino si ricordava bene l'estasi amorosa goduta da Vicenza a Padova, ma aveva dimenticato tutti i tormenti sofferti da Padova a Venezia.

Adesso le spine, e non erano poche, delle sue rose d'amore non bucavano più. L'Elisa non era più lunatica, non era più capricciosa, non era più esigente; non aveva più la Cecilia sempre d'intorno, non aveva più Gegio sempre fra i piedi; non lo tormentava più colle sue leggerezze, colle sue civetterie, co' suoi sgarbi. Adesso ch'egli l'aveva perduta, l'Elisa era ritornata la donna più buona, più bella, più cara, più amabile della terra, e quando Prandino pensava all'avvenire e lo vedeva senza di lei, sentiva nell'animo uno scoramento, un affanno che vi facevano strazio.

A Vicenza, tutte le strade gli avrebbero rammentato un incontro, un saluto, una passeggiata fatta insieme. Al teatro, senza la contessa Navaredo, senza i suoi occhioni che lo cercavano, senza la soddisfazione di offrirle il braccio, finito lo spettacolo, per ricondurla presso lord Palmerston, non avrebbe gustata nemmeno la musica. E in chiesa?... Che cosa sarebbe andato a fare in chiesa, se, dopo messa, non aveva più da aspettarla all'uscita?

Si ricordava che, in passato, se per una ragione qualunque egli doveva rimanere un giorno senza andare da lei, il suo primo pensiero, alla mattina, nello svegliarsi, era quello, e ne restava angustiato, e smaniava per trovar modo di far correre veloce il tempo che camminava per lui come una tartaruga. Ma adesso che avrebbe dovuto stare senza l'Elisa tutte le ore, tutti i giorni, tutta intera la vita?... Tanto valeva addormentarsi una volta, per non destarsi mai più.

Al primo momento, non avrebbe creduto di dover soffrir tanto per quell'abbandono; ma le ferite dell'animo sono come quelle del corpo: subito, appena capitano addosso, si prova uno sbalordimento e nulla più. Il bruciore, lo spasimo cominciano dopo.