Quando Prandino smontò a Vicenza era come inebetito. Perchè poi si trovasse ancor peggio, la prima persona che gli si parò dinanzi fu per l'appunto il sotto-capo della stazione: il bel giovinotto dal berrettino foderato d'arancio, che gli chiese subito come mai ritornava così presto dai bagni e senza la contessa Navaredo.
— Ho fatto una corsa per affari; ma devo ritornare a Venezia fra un paio di giorni.
Non aveva cuore di confessare la propria ignominia!... No, no: non avrebbe potuto sopportare quella disgrazia, e adesso il proposito di farla finita non era preso in un istante di febbre: era proprio il convincimento dell'anima.
Sul piazzale della stazione fu ricevuto dalle scappellate dei vetturini.
— Signor Conte, la carrozza!
— La carrozza, signor Conte!
— Signor Conte, comanda il brougham?
Prandino salì sul primo brougham che trovò aperto, un po' consolato da quei saluti così rispettosi. Finalmente non era più un ignoto, una persona qualunque, il numero ottantasei!... Ritornava a essere il signor Conte, il signor Conte che tutti conoscevano e al quale tutti facevano di cappello....
Ma quella sua consolazione fu di breve durata. Era la contessa Navaredo che lo illuminava colla propria luce, e adesso che quella luce gli era negata, egli ritornerebbe presto nell'ombra anche a Vicenza!...
Dio santo!... che effetto gli faceva Vicenza, quella mattina!... Gli pareva di veder l'Elisa apparire a ogni canto di strada.