Era così tutto compreso da quell'affanno cupo, desolato che, quando scese dalla vettura, credette di scorgere lo scherno, la derisione negli occhietti neri di una bella figliuola che al rumore era corsa a vedere sull'uscio della pasticceria accanto alla sua casa.
Quella sua casa gli era però sempre cara; quella vecchia casetta dove crebbe fanciullo, dove vide sua madre genuflessa al lettino di lui ammalato, dove fece tanti sogni d'amore, dove ricevette la prima lettera dell'Elisa; la sua casetta la rivedeva come un amico fidato, anche allora che vi rientrava per andarvi a morire.
Ma, varcata appena la soglia, gli sembrò che gli pesasse sul capo, e dalla corte angusta, oscura, usciva un odore di muffa e di miseria che lo disgustavano. Eppure in quell'andito buio, aveva giocato per tante ore, allegro e senza pensieri, eppure da bambino ci perdeva il fiato a corrervi dentro, tanto era grande.
In fondo al corridoio, in alto, sullo stipite di una porta, c'era un piccolo tabernacolo, messo là dalla signora Luciana in un giorno di profonda divozione. E la fede s'era talmente fatta grande per la madonna della casa, che gl'inquilini vi accendevano il lume quasi ogni sabato. Adesso il lumicino rosseggiante nelle tenebre tetre del corridoio, fu per Ariberti come una stella nel mare procelloso della sua anima; e, al di là della figura di Maria Addolorata, vide un'altra madre ch'era pur santa e che avrebbe pure spasimato dal dolore: la mamma sua!...
Povera mamma!... Quel giorno egli non derise il bigottismo della signora Luciana: ma, involontariamente, si toccò il pioppino dinanzi alla immagine benedetta, e salì più lentamente fin su, al secondo piano, incerto se dovesse farsi vedere da sua madre, col triste proposito che aveva nel cuore, oppure se non fosse meglio di tornare indietro e scappar via. Così, combattuto da mille dubbi, arrivò all'uscio del suo quartierino, l'aprì, entrò dentro nella prima stanzetta, senza quasi sapere che cosa si facesse.
L'Orsolina stava lavorando, seduta vicino alla finestra, e agucchiava muta, grave, curva sul tombolo. Alzò il capo appena udì toccare il chiavistello dell'uscio, e quando vide il suo Prandino entrare nella stanza, diè un grido acutissimo, le guance secche, scarne arrossirono ancora di gioia, e gli corse incontro e lo abbracciò e lo coprì di baci; ma poi la sua grande consolazione si agghiacciò a un tratto: perchè ritornava così presto?... perchè era così pallido?... perchè non le diceva nulla?... Prandino lesse negli occhi timidamente affettuosi della buona vecchia tutte le ansietà e le inquietudini che la angustiavano, e ne fu turbato. Buttò là un pretesto, una scusa, pel suo arrivo improvviso.... disse che aveva dovuto ritornar subito per affrettare l'impiego, per alcune carte che non erano in regola, e poi si avviò verso la sua camera in fretta, sperando di fuggire da tutto quel grande amore che usciva dagli occhi di sua madre e che gli pesava addosso come un rimorso. Ma in quel mentre comparve sulla soglia della stanza la signora Luciana, in un atteggiamento, così lunga e secca com'era, che pareva un punto interrogativo.
— Che vuol dire, signor Conte?... Così presto di ritorno?... Che cosa le è succeduto?...
— Ho dovuto venire a Vicenza.... per un giorno.... ma vado a Venezia di nuovo.... presto.... domani.
Ciò detto, spinse l'uscio della camera ed entrò, che non ne poteva più di trovarsi solo, lasciando la signora Luciana a tormentare, a furia di domande, la contessa Orsolina.
— Ho fatto male a ritornare a Vicenza! Ho fatto male a farmi rivedere! — pensava Prandino buttandosi a sedere sopra una seggiola, respirando, là, solo solo, e non riflettendo che da due giorni faceva tutto ciò che gli saltava in testa, senza fermarsi un momento a ragionare.