Ridicola, com'era ridicola là nel ritratto, coi capelli biondi sciolti lungo le spalle, con la testolina bassa, col raccoglimento stanco, romantico, al chiaro di luna, e quella patacca sulla punta del naso!... Oh, tanto ridicola, che faceva ridere anche Prandino, sebbene gli frullassero per la testa i più tristi pensieri!

Eppure, a pensarci bene, l'Elisa non meritava certo ch'egli l'amasse a quel modo!... Non aveva cuore: era tutta vanità, tutta finzione. Come voleva sembrare quello che non era, così voleva mostrare di sentire anche quello.... che non sentiva!... Voleva fare la bambina, ed era nonna! Voleva fare l'innamorata, e non aveva cuore!

E pensare ch'egli desiderava di morire per lei. per l'Elisa!.... A questa idea, guardando il ritratto così sfigurato, Prandino non potè trattenere una risata: una risata che lo sorprese all'improvviso, che gli scattava dai nervi più che non gli uscisse dalla testa o dal cuore, ma che, a ogni modo, gli fece bene.

Volle ritornar serio, volle vincere le impressioni del momento, non volle più guardare il ritratto.... ma non ci riuscì: dopo un poco, dovette fissarlo di nuovo.... e di nuovo tornò a sorridere.... e intanto, senza che nemmeno se ne accorgesse, cominciava ad avere lo spirito più sollevato.

Certo, adesso quella donna non gliela doveano più invidiare, come gliela invidiavano un anno innanzi.

Chissà che anche lui non fosse stato ridicolo, qualche volta, mostrandosene così invaghito! — Ma, e il Maggiore? Il Maggiore che la sposa?!.... Chi lo dice, intanto, che la sposa? Lei stessa: l'Elisa, che non ne dice mai una vera. Bisogna star a vedere!....

Ciò che maggiormente ci esalta, nella donna, è quel tanto che le presta o le aggiunge la nostra immaginazione, e quella macchiaccia, che adesso le sfigurava il volto, aveva buttato il ridicolo là dove il sentimento aveva sempre lavorato di fantasia, là dove l'amore saettava i suoi fascini e spiegava le sue migliori attrattive. Prandino continuava a guardarla, a fissarla, a studiarla; ma, non c'era caso: la donna che gli rappresentava quel ritratto non era più l'Elisa trasfigurata nell'ansia di un desiderio febbrile, ma l'Elisa viva e reale, in carne ed ossa, l'Elisa com'era, l'Elisa con tutti i suoi difetti e, ahimè, con tutti i suoi anni. E però, Prandino, un po' alla volta, andava finalmente concludendo, che la balda e forte giovinezza di lui non dovea piegarsi dinanzi a quelle mature seduzioni, che quell'avvenenza impiastricciata di cold-cream non valeva il contraccambio di tutto un avvenire di riposo e di pace.

L'Elisa non s'era imposta al suo innamorato coll'intelligenza, collo spirito, col cuore; ma lo aveva preso colla vanità e lo teneva vinto coi sensi, ed è perciò che il suo regno, quantunque costituzionale, veniva buttato all'aria così facilmente!....

Intanto che Prandino continuava a fissare il ritratto dell'innamorata, non s'era accorto che da qualche tempo mamma Orsolina era entrata adagio adagio nella cameretta, e che singhiozzava vicino a lui, sommessamente, senza osare di lamentarsi, rispettando timorosa l'angoscia del suo figliuolo anche allora ch'egli era stato così ingiusto, così disumano con lei. Ma un singulto, che le proruppe troppo forte dal petto, la tradì: Prandino si scuote, si volta, e comprende tutta l'immensità di quel dolore muto, rassegnato.

— Mamma, mamma! — esclama, — non piangere, te ne scongiuro, non piangere! No: sono guarito, sai, non piangere! Non l'amo più, te lo giuro, non l'amo più!