Capitò a Venezia di notte, e fu meglio perchè così il ricordo di quei luoghi si faceva per lui meno sensibile. Il cavalier Pinocchio, per incarico avuto dall'Orsolina, gli aveva fissata la camera e il vitto in un alberguccio modestissimo in Calle del Carbon.

Quando arrivò sul luogo, Prandino era morto dalla fame: e quantunque dalle Tre Corone, che così si chiamava la locanda, invece del profumo di consumé, che spandeva intorno la cucina della Gondola d'oro, uscisse un odore acuto di grasso che friggeva, tuttavia egli vi entrò senza ripugnanza e senza perderci l'appetito.

Mangiò del pesce e una porzione di lesso in un piccolo stanzino basso, annerito dal fumo, che dava adito alla cucina, anche quella bassa, nera e illuminata dalle fiamme vive del camino, così da parere un forno; e poi, quand'ebbe finito, domandò del padrone a un ometto che lo aveva servito, piccolo, tondo tondo, tutto involto in un grembiule greggio, sudicio e con una berretta larga di tela bianca, che incorniciava il suo faccione di luna piena.

— Sono io per l'appunto; che mi comanda? — e l'albergatore, ch'era nello stesso tempo il cuoco, il cameriere e il direttore delle Tre Corone, fissò il giovinotto con due occhiettini vivi, lucenti, che schizzavan furberia di sotto a due folte sopracciglia grigiastre, fatte a spazzola. Prandino lo salutò con un cenno del capo, e si fece conoscere per quel signore che doveva essergli stato raccomandato dal cavaliere Pinocchio.

— Vedo, vedo, è lei, quel giovine di Vicenza?! non è una mezz'ora che gli abbiam messo all'ordine la stanza.

— Tanto meglio, perchè casco dal sonno.

— Venga con me; la condurrò subito di sopra.

L'oste passò un momento nella cucina a prendervi un candeliere d'ottone con una mezza candela di sego, che accese in fretta alla fiamma del camino, poi raggiunse subito l'Ariberti e lo accompagnò, facendogli lume, per una scala ripida, angusta, diritta, tutta d'una sola branca, sino al primo piano. Quando arrivò su, l'oste, seguito da Prandino, entrò in una stanza a destra, della quale aprì l'uscio con una pedata: trovò una candela nuova sul cassettone, l'accese, e poi volgendosi al suo ospite, gli disse senza altri complimenti:

— Eccola servita.

La stanza era molto grande; forse troppo. Di contro a una parete c'era un lettuccio, piccolo, stretto, si capiva a colpo d'occhio che doveva essere un sofà a doppio uso, con una seggiola impagliata in luogo del tavolino da notte; dall'altro lato, di contro al letto, un cassettone di noce, colle borchie d'ottone, e sopra, uno specchio così vecchio da parer antico, colla luce guasta e rotta in un angolo: appese alle pareti due oleografie rappresentanti l'una la Famiglia reale colla Regina in pelliccia, e l'altra la Famiglia di Garibaldi, con Teresita tutta vestita di rosso.