Una frasca d'ulivo benedetto e una piletta di stagno per l'acqua santa, erano a capo del lettuccio, e in mezzo alla stanza, una tavola grande di legno, colorita d'un color verde scuro, che non si capiva che cosa fosse stata messa là a fare.

Prandino, quando vide il lettuccio, gli si strinse il cuore: poi, subito, gettò di sbieco sulla tavola un'occhiata sospettosa.

— Di giorno — gli disse l'oste, prevedendo la domanda di Prandino, — tengo questa camera a disposizione degli avventori che vogliono essere serviti a parte; perciò la mattina si disfà il letto che si rifà poi tutte le sere.

Prandino chinò il capo senza fiatare; il cavalier Pinocchio gli aveva fissato vitto e alloggio per lire una e ottanta centesimi al giorno: però, si capisce che non poteva avere grandi pretese.

— Vuol favorirmi il suo riverito nome e cognome?

L'oste, preso dal cassettone un libraccio che doveva pesar doppio, tanto era imbevuto d'untume, lo teneva aperto sulla tavola e fissava Prandino, prima di mettersi a scrivere.

— Il conte Eriprando degli Ariberti!

— Scusi, ha detto!...

E il locandiere, levandosi il berretto di testa, che si cacciò sotto il braccio, e pensando che il cavalier Pinocchio doveva aver certo sbagliato, scombiccherò quel nome illustre sul sudicio libraccio che non aveva proprio nulla a che fare col libro d'oro della Serenissima.

Rimasto solo, Prandino si guardò attorno nello stanzone, che all'esile luce della candela pareva ancora più grande, e sospirò profondamente. Poi, fattosi coraggio, si spogliò e si cacciò in letto, sperando di dimenticare tutto coll'addormentarsi. Infatti dormì quasi subito, ma si svegliò anche prestissimo: dovevano essere appena le due di notte! Allora cominciò a sentirsi inquieto, agitato e, un po' per il caldo, un po' per tutto quello che gli frullava in testa, e un po' per il letto, ch'era molto cattivo, non ci fu più caso che potesse ripigliar sonno.