L'Elisa a tanta retorica, sempre con la testa china, sempre seria, sempre mesta, cogli occhioni sempre fissi, immobili, quasi la tenesse assorta l'idea d'un lontano pericolo, continuava a ripetere, come ritornello:
— E poi?.... Quand'anche glielo lasciassi capire?.... A che pro?.... Sarebbe poi sempre la stessa cosa!....
Il giorno dopo pioveva, e la passeggiata non si potè fare.
Non tralasciarono però di vedersi. Il conte Eriprando andò a farle visita e trovò la Contessa nel salotto terreno, che ricamava certe strisce di panno, destinate col tempo a diventare, unite insieme, un tappeto: ma che intanto si potevano paragonare alla famosa tela di Penelope, non che per fatto loro avessero costretto nessuno ad aspettare, ma perchè, invece, gli adoratori della Contessa, uno dopo l'altro, dovevano tutti godersele sotto il naso, finchè durava l'amore.
Il salotto terreno, con un divano, un tavolino rustico e due o tre seggiole di paglia in tutto, era una specie di sala di passaggio, con due porte vetrate, l'una di faccia all'altra. La prima dava nel giardino e avea di fronte un fitto capanno di mortella intrecciata colla vite selvatica: la seconda metteva invece sul piccolo orticello della villetta.
Era una giornata d'autunno, bigia, uniforme, senza uno spacco di cielo fra quella tinta squallida, infinita, senza neanche il fantastico rincorrersi delle nubi che si accavallano minacciose.... Era una giornata bigia, uniforme, monotona.
La pioggia col suo susurro lento e continuo, in quel silenzio di ogni anima viva, sembrava avesse isolato il salotto lontano dal mondo, fra i riflessi del verde delle piante, dell'erba, delle foglie, fatto più cupo dall'acqua che cadeva; quella pioggia, quella luce scialba, il lontano brontolìo del tuono mettevano addosso una melanconia, una tristezza, che rendeva più dolci e più desiderate le commozioni di una confidenza intera e tranquilla.
— Sa?... non lo aspettava oggi, con questo tempaccio.
— Quando son partito da casa, sembrava che il cielo si rischiarasse!
— Davvero?