A questo punto, per un perchè forse più patologico che psicologico, la Contessa mutò d'un tratto. Da' suoi occhi si dileguò ogni espressione di tenerezza; divenne seria, sembrò quasi irritata, si levò da sedere e andò ad appoggiarsi, ritta, senza più dire una parola, alla vetrata che metteva nel giardino.

L'altro, indispettito, si abbottonò l'abito nero, quello stesso che più tardi fu rimesso a nuovo da mamma Orsolina per il viaggio di Venezia, poi cominciò a dondolarsi sulla sua seggiola.

Stettero un pezzo così: lei, pensosa, immobile a guardar l'acqua che cadeva; lui, tutto nervoso e sconvolto, a sfogare la stizza facendo l'altalena.

Però, dopo qualche tempo, sebbene Ariberti non ne potesse proprio più, fu la prima l'Elisa a parlare.

— Conte, conte! Venga qui.... Guardi com'è bello!

Di fuori, continuava a piovere; ma la pioggiolina s'era fatta più minuta, il cielo più chiaro, e una larga striscia di sole faceva brillare sulle foglie degli alberi e dei fiori, sui fili d'erba e sui bianchi sassolini del giardino, le gocciole dell'acqua caduta, così che parevano gemme, mentre di lontano, l'arcobaleno squarciava co' suoi vivaci colori la tinta grigiastra, uniforme, disegnandosi largamente di sotto a un gran lembo d'azzurro.

— Conte!... Venga qui!

Prandino si alzò, ma rimase affatto insensibile a tutte quelle bellezze della natura.

— Perchè torna a trattarmi col lei adesso?

— Oh che, forse non le ho sempre parlato in terza persona?