— Sempre no; e lei lo sa bene.
— Allora le domando scusa della libertà che mi son presa senza accorgermene. Venga.... Venga con me: andiamo là, sotto il capanno.
L'Elisa, in mezzo a tutti quei profumi che la pioggia aveva sbattuti dai prati e dalle aiuole, aspirando quelle sbuffate d'aria fresca, frizzante, si sentì correre in tutto il corpo un senso di piacere, un benessere, un'elasticità, una contentezza che le penetrava nell'anima, come se quella giornataccia di autunno si fosse mutata in un bel giorno di maggio, co' suoi fascini e colla sua salute. Allora, le saltò l'estro di fare un po' la bambina, raccolse le vesti e si mosse per attraversare il giardino, sotto l'acqua, così senza ombrello, colla testa scoperta e, ridendo, invitò l'altro a seguirla.
— Venga, dunque, andiamo!
— Me lo dica in un altro modo....
— Ebbene, venite! bambinone.
Ciò detto, senza aspettar la risposta, Elisa si pose a correre verso il capanno, chiudendo gli occhi, gittando dei gridi, delle risate vibranti, scotendosi e fremendo sotto quell'acquerugiola che la bagnava tutta. Arrivata sotto il capanno, non aveva quasi di bagnato altro che gli stivalini, sembrava che non fosse corsa, ma volata là dentro. Prandino, invece, che le aveva tenuto dietro, era tutto inzaccherato. E ancora col respiro affannoso, tornò daccapo per farsi dire s'ella lo amava, con quell'insistenza ostinata e petulante, che alle donne non dispiace quasi mai, e agli uomini giova quasi sempre.
— Ditelo che anche voi mi amate un po'... Già, il dirlo, non vi costa nulla.
— Voi pensate che non mi costerebbe nulla?...
— Vi giuro; vi giuro sul mio onore.... Sarebbe sempre la stessa cosa.