Non era più lei, ora; era Prandino che ripeteva quell'antifona della sera innanzi.
— No, no. È meglio non dir nulla; è più sicuro. Com'è carino, come si sta bene qui sotto; non è vero?
E la Contessa, che voleva fingere anche con sè stessa d'aver vent'anni, tornò a ridere, a ninnolarsi, stancandosi le dita per legare attorno al capo il suo piccolo fazzolettino di trina.
La pioggia batteva, crepitava sulle foglie della vite e della mortella con uno scroscio lento e continuo, ma di sotto però non ne cadea se non qualche rara gocciola qua e là, che, ingrossata, si staccava dal fitto tessuto del capanno.
— Che gusto a star qui sotto, non è vero, Conte?
La contessa Elisa riebbe allora uno dei suoi bei momenti. Ritornò per un istante com'era dieci anni prima. La fatica di quella corsa le aveva colorite le guancie, il brivido dell'acqua, l'allegrezza che si sentiva intorno, l'amore caldo, appassionato di quel bel giovanotto bruno, forte, sano, che, pauroso, tremava d'amore dinanzi a lei, tuttociò le metteva addosso un brio, una lena, un calore che la faceva proprio ritornar giovane per davvero.
Volendo staccare un piccolo fiorellino da un ramo di mortella, si bagnò le mani e, alcune gocce, scosse dall'urto, le caddero sul viso. L'Elisa ritornò a ridere, dopo un grido acuto, squillante.... e porse al giovane le mani, perchè gliele asciugasse. Non lo poteva far da sè chè la sua pezzuola se l'era legata attorno al capo.
Prandino arrossì.... prese una mano della Contessa, poi l'altra, e le asciugò tutte due adagio, lentamente.
— Guardate qui, — fece lei quando l'altro ebbe finito, e gli mostrò la goccia d'acqua che le rigava la faccia, chinandosi e allungando verso di lui la sua testa incipriata.
A Prandino batteva il cuore violentemente, gli ronzavan le orecchie e sudava tutto. Avrebbe voluto parlare, ma la voce gli si strozzava nella gola: avrebbe voluto asciugar quella gocciola con un bacio, avrebbe voluto stringersi l'Elisa al cuore, e lei, forse, non chiedeva di meglio, ma non ebbe il coraggio di farlo o di tentarlo.