Quello fu per il conte Eriprando degli Ariberti il più bel giorno della sua vita; e quando, verso le dieci, la Contessa lo licenziò con un ultimo sfogo di moine, egli era stanco, affranto, da quella sua grande felicità, e sentiva proprio il bisogno di esser solo, di andar lontano anche dalla donna ch'egli adorava, per raccogliersi a pensare, a misurare, a comprendere la nuova e immensa beatitudine che lo stordiva. Venne quasi l'alba prima ch'egli potesse addormentarsi. Tutta notte s'era voltato e rivoltato nel letto, col cuore gonfio, in preda a una contentezza, a una smania nervosa, che lo teneva desto, agitato.
È proprio vero: la felicità dà le stesse inquietudini, le stesse angosce, quasi, del dolore, ed è anche proprio vero che, come bisogna abituarsi alle disgrazie per sopportarle, così bisogna anche abituarci alla felicità per saperla godere.
Nemmeno la contessa Elisa dormì subito; non già ch'ella pure avesse inquietudini in cuore, ma perchè aspettò del tempo prima di andare a letto. Però la Beppa, ch'era una dormigliona rabbiosa e che, quand'erano sonate le dieci, tutta raggomitolata sopra una sedia, vicina al fuoco, in cucina, non faceva altro che brontolare fra un pisolo e l'altro, quella sera non ebbe occasione di lamentarsi. Elisa la mandò a dormire subito, dicendole che si sarebbe spogliata da sè, perchè prima aveva da scrivere delle lettere.
Difatti, ne scrisse una, corta corta, alla contessina D'Abalà, e quest'altra che segue, piuttosto lunga, per il maggiore Del Mantico:
“Caro marchese,
“Oggi ho avuto una giornata molto splenetica, e vi confesserò, con tutto il candore, che ne è proprio stata causa la vostra lettera, dalla quale traspariva, fra le linee, una freddezza per me incomprensibile e anche choquante in qualche punto.
“Perchè non venite?.... Gli affari di servizio.... Oh! sono molto comodi gli affari di servizio, quando mancano pretesti.
“A quelque chose malheur est bon, e anche le grandi manovre servono bene per ischivare delle visite seccanti. Non è vero, caro marchese?....
“Io, però, siccome non ho nessun regret nella mia coscienza, così vivo tranquilla, almeno per questo riguardo, e dimentico il presente, spaziando, come in un sogno, nelle rimembranze di un dolce e tenero trascorso.
“Anche oggi ho avuto la visita del conte Eriprando degli Ariberti. Povero bébé! Egli mi ama davvero e vorrebbe farmi sua moglie. In ogni modo, senza interrogare il mio cuore, la realtà della vita vi si oppone. L'ho mandato via, adesso, per iscrivere a voi, e penso di chiamare mia figlia presso di me, perchè il mondo è così maligno, e le assiduità del Contino, essendo io qui tutta sola, potrebbero venire interpretate equivocamente.