— Che cosa aspettava? Che li prendessi io anche per lei? Non sa forse che andiamo a Venezia? Intanto, non vede? allo sportello c'è già la gente accalcata e noi dovremo star qui ferme impalate, chissà per quanto tempo!
— La Contessa può accomodarsi nelle sale di aspetto, — disse uno dei facchini che aveva tirati giù dalla vettura il baule e le sacche da viaggio.
Ma la Cecilia non ne volle sapere, tutta scalmanata a correre intorno, dondolandosi in quello stato, a contare le sacche, le cassette, le scatole, le cappelliere, se c'erano tutte e a sorvegliare quelle che si dovevano consegnare, e quelle da tenersi in mano. Gridava, smaniava, dava in escandescenze per un nonnulla.
Voleva essere subito sbrigata, su due piedi, come se al mondo non ci fosse stata che lei da servire; faceva un casa del diavolo per le cose più semplici, era malcontenta di tutto, sospettava che tutti, e specialmente il Governo, la volessero frodare, tirava le orecchie a Gegio, brontolava con sua madre, perchè non sapeva farsi ubbidire, e ogni cinque minuti concludeva dicendo che se ci fosse stato là suo marito, la tale e tal'altra cosa non sarebbe successa.
E così arrovellandosi anche per un'inezia, la sua faccia d'un bianco giallo da linfatica, grassa, rotonda, col naso minuto, a punta, le labbra sottili, le sopracciglia spelacchiate, s'infocava tanto sugli zigomi, da diventare violacea, mentre in quei momenti i suoi occhietti bigi guardavano losco.
La Cecilia, fin dalla nascita, era stata la croce, e una croce molto pesante, degli adoratori della contessa Navaredo. Anzi, si può giurare senz'altro, che, se qualcuno avesse commesso (per modo di dire) qualche peccatuzzo colla mamma, la figliola ci avrebbe pensato lei a dargliene la penitenza.
Da bambina, per farla tacere, e per farla andar via, ci volevano i confettini, le bambole mute e parlanti, i cestini da lavoro, le cucine di stagno e le strade ferrate d'ottone. Però, se i vostri regali non le davano nel genio, stava là con tanto di muso, senza moversi, a farvi degli sgarbi: ma se invece le piacevano troppo, allora non vi lasciava più, vi era sempre addosso, e vi prendeva a voler bene con un amore seccantissimo che vi dimostrava pestandovi i piedi, saltandovi sulle ginocchia, baciucchiandovi colla bocca umida e impiastricciata di dolci, e sciupandovi la cravatta coi suoi ditini, ch'erano stati un po' dappertutto.
Grandicella, era maliziosa come uno scimmiotto e s'innamorava lei degli adoratori di sua madre, che generalmente se la cavavano coll'arricchire alla Contessina gli album dei francobolli, col regalarle libri morali, fiori, gingilli, coll'ammirare i suoi dipinti, col deliziarsi alle sue sonatine di pianoforte, col giurare che avrebbe avuto una bellissima voce anche pel canto, e col dir male di tutte le ragazze che si maritavano, e, peggio ancora, dei giovanotti che le sposavano. Ma ce ne fu uno, più minchione degli altri, il sottoprefetto D'Abalà che avendo tentato inutilmente tutti gli espedienti per piacere alla mamma, e volendo proprio piacerle a ogni costo, chiuse gli occhi e si prese la figliuola.
Tutti respirarono, tranne, s'intende, il sottoprefetto; ma tutti per poco. Delle sue pene ella faceva soffrire un po' ogni conoscente.
Il sigaro le faceva male, gli odori delle essenze peggio, se parlavate forte, le doleva la testa, se parlavate piano, dicevate male di lei. Ogni mese dovevate correre in traccia di un medico nuovo per un nuovo consulto, ad ogni parto andare in traccia di una nutrice forte, sana, robusta, non bella, perchè era gelosa, e di poca spesa. Ogni giorno poi, bisognava cercarle una cuoca o una cameriera, perchè, da lei ci restavano tutt'al più una settimana corta corta, e poi scappavano via come se avessero avuto il fuoco alle calcagna.