— E lei, Contessa, non desidera nulla?
— No, grazie, Conte.
— Pagate, che dopo, stasera, faremo tutto una cosa sola coi biglietti — disse la Cecilia ad Ariberti, che s'incamminava di nuovo verso il Caffè.
Mentre però i camerieri, che l'avevano visto a scendere da un coupé di prima classe e che avevano adocchiata la corona del portasigari, gli davano del conte a tutto andare, egli si sentì stringere il ganascino da due dita forti come l'acciaio; si volse subito, ma, appena conobbe chi lo trattava in quel modo tanto confidenziale, diventò rosso rosso, e fece una profonda scappellata. Era nientemeno che il cavaliere Pinocchio, capo divisione nelle Strade Ferrate dell'Alta Italia, quello al quale il conte degli Ariberti s'era raccomandato tanto per avere un impiego.
— Oh! bravo, bravo, bravo il nostro Prandinello! E per dove si viaggia?
— Vado a Venezia.
— A Venezia? Oh! che briccone! A Venezia!... bravo, bravo, bravo. Ci sono stato anch'io un paio di giorni fa, e sarà facile che vi ritorni ancora quest'altra settimana.
— Davvero? Sarei felicissimo d'incontrarla, Cavaliere.
Questa felicità di Prandino non era mica tutt'oro colato, ma egli la buttò là nulladimeno con una grande espansione.
— Sicuro; o al Lido, o in piazza, o sotto le Procuratie ci rivedremo certo.... bravo, bravo, bravo. E come sta mamma Orsolina?