Il suo posto in faccia alla Contessa era stato preso da un signore grassotto, di mezza età, vestito piuttosto male, con una lente all'occhio, il quale, tutto miele, ascoltava sorridendo la contessa Elisa, che gli parlava chinata verso di lui e facendo l'occhio di triglia.
La D'Abalà s'era un po' avvicinata alla madre, e Gegio stava seduto tutto moine e carezze sopra una gamba del signore dalla lente.
Prandino, appena lo riconobbe, e lo riconobbe subito, si sentì tremar le gambe, mancare la lena e gli si oscurò la vista. Salì inciampando nello scompartimento; rosso, rosso, fece un risolino da ebete, come per salutare la comitiva, ma adesso aveva un bel mostrarsi affabile, nessuno gli badava più. Tanto per darsi un po' di contegno, accarezzò i capelli di Gegio, ma questi gli si voltò irritato, con una mossaccia dispettosa, e, quasi lo sapesse di fargli dispetto, si pose a baciucchiare la mano pelosa del suo nuovo amico.
— Andiamo, Gegio, non essere seccante. — Si conoscono? — chiese poi l'Elisa a quell'altro, indicandogli Prandino.
— Veramente di vista.... credo di sì; ma presentazione non c'è stata.
— Il conte Eriprando degli Ariberti; il marchese del Mantico.
Il maggiore si volse verso Prandino con grande sussiego, e serio, grave, si pose a fissarlo colla lente nell'occhio in una maniera come se non avesse da guardare un uomo, ma un monumento. Prandino invece, che voleva sembrare disinvolto, si alzò dal suo posto, gli venne incontro, gli prese, gli strinse la mano, tanto che il polsino, colle macchie rosse delle ciliege di Gegio, si slacciò dal bottone e gli corse giù, fuori della manica.
La Contessa e il Maggiore, ripresero subito la conversazione a bassa voce; la Contessina, da lontano, sorrideva all'una ed all'altro; Gegio fra le gambe del Maggiore giocava coi ciondoli dell'orologio.
— Sta a vedere, — pensava Prando dopo di essersi accomodato il polsino, — sta a vedere che questo animale viene a Venezia con noi? Se fosse vero, io mi fermo a Mestre!... — E intanto si mordeva i baffi, scoteva convulsamente i tacchi sul tappeto, allungava il muso, impallidiva, aggrottava le sopracciglia, ma era tutta fatica sprecata, che già l'Elisa non gli badava.
Dopo una mezz'oretta, terminarono di parlarsi così a bassa voce; e allora il Maggiore, per cambiar discorso, cominciò prima a dir male del suo colonnello, e poi dopo a discorrere di cavalli, di corse, di cocchieri di Monte-Carlo, di centinaia di migliaia di lire, delle scuderie del duca A., delle rimesse del principe B., dei box del conte C.