Prandino ne capiva poco, ma siccome quell'altro parlando, di tanto in tanto lo fissava con la lente, quasi per avere la sua approvazione, egli si credeva obbligato di fare certi sorrisi che pareano smorfie.

Però la provvidenza c'è dappertutto, anche sulla linea da Milano a Venezia. Difatti, poco prima di arrivare a Mestre, l'infelicissimo conte degli Ariberti si sentì tornar l'anima in corpo quando udì il Maggiore che cominciava a congedarsi.

— Come!... si ferma a Mestre?

Era la prima volta che Prandino osava dirigergli il discorso; ma la contentezza gli ridava adesso il coraggio.

— Sì, mi fermo a Mestre perchè vado a Treviso dove sono di presidio.

— Però ci rivedremo a Venezia, non è vero? — gli chiese quell'antipatica della contessina Cecilia.

— E.... potrebbe anche darsi.... ma....

E qui invece di rispondere alla figlia, il maggiore fissò la mamma in modo che questa arrossì, si chinò languidamente, e tornarono a parlarsi a bassa voce, cosa che rimise l'uggia e lo sgomento addosso a Prandino.

Il treno cominciava a rallentare.

— Ci siamo? — chiese il Maggiore.