— Sì.... sì.... verrò!...
— Ma non si parte più?... — chiese Prandino che cominciava proprio a perdere la pazienza. — Non lo capisco tutto questo ritardo.
— Si vede che aspetteranno l'altro treno.... Ah! eccolo!... Dunque.... buon viaggio, Contessa!
— Sans adieu!... — disse questa, stendendogli la mano e rifacendo gli occhi di triglia.
— Sans adieu! — e anche il Maggiore, grassotto e attempatuccio com'era, si levò, anche lui, la lente per salutarla nell'inchinarsi, finchè il treno si muoveva, con un'occhiata lunga e molto sentimentale.
Prandino era ritornato al suo posto, che il Maggiore gli aveva tenuto caldo, ma aveva un muso, un fare, che diceva più di qualunque sfuriata. La Contessa allungò il piedino, ma i piedi dell'Ariberti si ritirarono, quasi avessero paura di scottarsi.
— Che cos'hai? — gli chiese piano l'Elisa, chinandosi verso di lui.
— Nulla! — rispose Prandino, con una manieraccia che pareva le volesse dare un morso.
— Si comincia male!
E l'Elisa, così dicendo, con aria seccata si riaccomodò nel suo cantuccio, e fino a Venezia non ci fu più verso di farle dire una parola.