Fra Prandino e l'Elisa, il malumore durò ostinato tutto quel giorno. A desinare, Prandino, discorrendo colla Cecilia, fece capire a quell'altra che lui si trovava così male a Venezia da pensare sul serio di ritornarsene a casa il giorno dopo. Ma nè la Cecilia nè l'Elisa gli risposero punto in proposito e continuarono invece a chiacchierare, a scambiarsi mezze parole, sorrisi significantissimi, che si riferivano a discorsi sott'intesi fra loro due e che Prandino non doveva capire.

Nulladimeno madre e figlia mangiarono con buonissimo appetito: l'Elisa masticava lentamente, silenziosamente e malinconicamente coll'aria di scomodarsi per compire un sacrifizio; la Cecilia divorava in furia, quasi avesse paura di non arrivare a tempo a mangiare di tutto. La Contessa, intanto, per non perdere il tempo, godeva di essere ammirata, non essendoci di meglio, dal direttore della locanda, un signore dall'aspetto pulito, elegante, che andava e veniva nella sala da pranzo, dispensando ordini coll'aria severa d'un diplomatico, mentre la Cecilia, di soppiatto, intascava pane, frutta, formaggio, tutto ciò che le capitava, perchè con quella provvista risparmiava la colazione sua e quella di Gegio.

Il contegno delle signore, quei misteri che non finivano mai, l'indifferenza che gli dimostrava l'Elisa, tutto ciò, metteva addosso a Prandino una smania, una gelosia, una inquietudine da non dire.

— Certo — pensava egli fra sè — certo parlano del Maggiore; certo le loro parole si riferiscono a lui. Maledetta combinazione!.... Ma come mai era egli a Padova!... Fu un accidente, o un incontro combinato tra loro d'accordo!.....

Il timore che il Maggiore capitasse un giorno o l'altro a Venezia e si facesse vedere al passeggio o al Lido coll'Elisa, lo angustiava fortemente; e in questa grande angustia c'era un po' di gelosia e insieme di vanità ferita; c'era la paura di perdere l'amore della Contessa e c'era anche l'apprensione che la gente, vedendola col Maggiore, non riputasse più lui, Prandino, il solo amante fortunato.

Nè a rasserenarlo contribuivano le amabilità scherzose di Gegio, il quale, pieno come un otre, sdraiato sulla seggiola, si divertiva a schizzare i noccioli delle ciliegie adosso a Prandino, che gli era seduto di contro.

Preso il caffè, la Cecilia si volse a sua madre e — Vuoi che andiamo a vestirci? — le chiese, alzandosi lei da tavola, per la prima.

— Andiamo pure.

L'Elisa aveva mangiato troppo; aveva caldo, sudava e, adesso, delle chiazze rosse, accese, trasparivano sotto la cipria della faccia.

— Io esco un momentino, — disse l'Ariberti alla Cecilia, chè, con quell'altra, anche lui voleva tenere il broncio.