Colla stizza in corpo salì per andare nella sua camera, a prender il cappello, i guanti e la mazzetta. Salì su su, tutte le scale, quante ce n'erano, perchè, assicurandolo che di là potea veder la laguna, lo avevano alloggiato proprio sotto il tetto. Quando fu di sopra, s'accorse di non avere la chiave: scese di nuovo e la domandò ai camerieri che incontrava nelle sale del primo piano. Ma questi che aveano ancora dei pranzi da servire, andavano e venivano affaccendati, carichi di piatti e di roba, mostrando chiaro che non c'era tempo da badare a lui. Prandino, in mezzo a tutta quella gente che gli passava dinanzi senza nemmeno salutarlo, oppure rispondendogli appena a monosillabi, provava soggezione. Quegli abiti neri erano più puliti e più nuovi e più eleganti del suo, capiva di non esser nulla là, per quella gente, mentre invece a Vicenza era pur sempre il signor conte, e temeva che avessero subito indovinato com'egli fosse uno di quei forestieri che ne han pochini da spendere.

— Che numero ha il signore? — gli chiese un cameriere.

— L'ottantasei.

— È di sopra la chiave dell'ottantasei? — domandò il primo interlocutore ad un altro che passava.

— No.

— Allora l'avrà da basso il portiere.

— Grazie — e Prandino scese giù a terreno.

— Avete la mia chiave?

— Che numero? — Il portiere era un uomo alto, colle fedine all'inglese, l'aria grave, i modi asciutti e che ci soffriva molto a essere scomodato.

— L'ottantasei.