Gli pareva d'essere diventato un altro uomo. Solamente le dugento sessanta lire rimanevano sempre le stesse, e anzi, adesso, gli sembravano ancora meno di prima. E fu per l'appunto questa povertà che a poco a poco gli rase dal cuore tutta la contentezza dell'accoglienza così festosa e del tu scambiato col Badoero; tu nel quale la sera innanzi egli osava appena sperare con un sussulto d'ambizione.
Ma tant'è, in questo mondaccio non v'è cosa bella e desiderata, che una volta raggiunta non perda tutti i suoi fascini, tutte le sue attrattive. Anche la promessa d'essere presentato alla principessa di Lentz, al conte Potapow ed al commendatore Jamagata, quantunque fosse una fortuna, nulladimeno aveva per lui il suo lato pericoloso. Con dugento sessanta lire, come avrebbe potuto vivere per un paio di settimane in una compagnia così illustre?.... Tanto illustre che al suo confronto, gli sembrava rimpicciolito anche il grande Badoero, e trovava odiosamente borghese madama D'Abalà?
E se un bel giorno, sul vaporetto delle tre, gli capitasse alle spalle il cavalier Pinocchio e, prendendolo pel ganascino, gli discorresse ad alta voce dell'impiego, mentr'egli, magari, si troverebbe seduto fra la discendente del Granduca e il rappresentante dell'Impero Celeste?! E se il cugino Badoero si fermasse proprio a Vicenza?.... A questa idea tremò tutto dallo sgomento. Egli vedeva mamma Orsolina nella sua vesticciuola di percallo a quadrettoni caffè, vedeva la figura magra, lunga, allampanata della signora Luciana aprir l'uscio della cameretta che serviva da cucina, da guardaroba e da anticamera, all'elegante visitatore; e si sentì stringere il cuore, e desiderò d'essere sotterrato vivo, piuttosto di assistere a quella scena. Allora ebbe quasi vergogna di sua madre, povera vecchietta, dimenticando ch'egli, o bene o male, si trovava a Venezia a fare il signore, perchè la mamma aveva perduto le notti intere a lavorare per lui e un giorno aveva rinunciato alla cena e un altro al desinare per mettergli insieme quei pochi quattrinelli che bastavano appunto per renderlo infelice.
Anche quel caldo, quell'afa sciroccale, contribuivano non poco alla sua tristezza e al suo abbattimento. Nelle calli strette e infocate cominciava a farsi buio. Il cielo era grigiastro e il sole calava imbronciato fra certi nuvolacci di piombo, che sembrava non lasciassero correr giù nemmeno un fil d'aria.
Prandino camminava lemme lemme, abbandonandosi come lo portavan le gambe e la gente, fermandosi a ogni ponte a guardare svogliato da una parte e dall'altra, ma senza intendere nulla, senza che lo commovessero, senza che gli strappassero dal cuore nemmeno un sospiro di meraviglia, nè quella magìa di colori e di contrasti, nè quei rii silenziosi, nè quelle case lunghe, scure, chiuse come il mistero, dove una figura di donna che appare a un balcone, risveglia nell'anima versi d'amore, forse da anni dimenticati, dove una voce che si leva alta, lontana, fa pensare a un dramma o a un delitto.
Prandino si moveva lentamente, guardando intorno, ma senza veder nulla. Dinanzi agli occhi egli non aveva altre immagini che l'Elisa e il Maggiore, Badoero e mamma Orsolina, le dugentosessanta lire e il conte Potapow.
Ma così, dopo essersi per un bel pezzo lasciato trasportare dalla corrente, gli sembrò, un po' alla volta, che il cielo si facesse più chiaro, che le calli divenissero meno buie e il brulichìo della gente più spesso e rumoroso, finchè tutto a un tratto si trovò in piazza, sotto le Procuratie, proprio di fronte a san Marco.
Ma le meraviglie che là dentro e d'intorno gli si affacciarono alla vista, non lo commossero punto.
Il suo spirito non era disposto per quell'incantevole spettacolo dove l'opera di Dio si confonde con l'opera dell'uomo in un'armonia maravigliosa di linee e di colori; dove più si ammira ciò che è eternamente bello, la forma; dove più si sente ciò che è eternamente grande, l'anima.
Invece egli ne risentì come una grave malinconia, come uno sgomento vago, indefinito. Eran le sette già sonate da un pezzo, e la piazza, allora deserta, pareva ancora più vasta. Era rischiarata da un riflesso bigio, squallido, e i leggii preparati per la musica, senza che avessero intorno anima viva, e le seggiole bianche e vuote dei Caffè gli facevano l'effetto d'altrettanti scheletrini, disposti in riga in quel vasto e splendido cimitero. Anche l'allegria dei colombi mancava a quell'ora: forse essi pure erano andati altrove a desinare. Soltanto qua e là sotto le Procuratie egli vedeva qualche persona che passeggiava, qualche altra ferma, in piedi, o seduta. Di tratto in tratto, è vero, la piazza era attraversata da una frotta di signore e di signori, dagli abiti strani, chiari, eleganti, dai cappelli d'ogni foggia e d'ogni tinta, che camminavan lesti, che ridevano, che parlavano tutte le lingue, a due a tre in crocchi separati: erano forestieri che ritornavano dal Lido col vaporetto, ma che sparivano, si dileguavano via com'eran venuti, in un attimo. Una volta Prandino fu involto da una di quelle folate, e sentì crescere l'uggia che aveva intorno, perchè nessuno badava a lui, perchè, fra tutta quella gente, egli era un ignoto, un nulla, e, allora là, solo, in mezzo alla piazza san Marco, soffrì di nostalgia, per la sua cittaduzza dov'egli era pur qualche cosa, dove tutti lo conoscevano pel signor conte, dove tutti sapevano che egli era l'amante della Navaredo.