Ma però quando passo passo, uscendo dalla severità maestosa, solenne della piazza Grande, entrò nella piazzetta, allora quella gaia giocondità di vedute e quell'aria odorosa, umida, saporita che d'improvviso gli sbuffò frizzante sulla faccia, allora la riva, la Giudecca, san Giorgio e le isole lontane, allora quell'acqua azzurra come il cielo e argentina, gli fecero provare commozioni nuove, vivissime, mentre una dolcezza profonda, una mestizia soave dagli occhi gli scendea giù in fondo all'anima, suscitandovi un impeto generoso di espansione, di tenerezza e d'amore. Allora la figuretta di mamma Orsolina gli riapparì dolce, cara, affettuosa, allora ricordò tutte le cure, tutto l'affetto della signora Luciana, e pensò come potrebbe impiegare parte delle dugentosessanta lire per portare all'una e all'altra un ricordo di Venezia. Ma più che non l'avesse mai amata, più che non l'avesse adorata mai, gli ritornò l'Elisa dentro al cuore. In quel punto sentì che i torti erano di lui, ch'egli era stato ingiustamente geloso, ch'era stato inurbano, che l'aveva trattata male, e affrettò con ogni desiderio il momento di trovarsi solo con lei, per abbracciarsela stretta, per dirle che le voleva tanto e tanto bene, per domandarle perdono di tutto, per fare la pace insieme.

Andò all'albergo per trovarla, ma le signore non erano ancora rientrate. Allora tornò in piazza a cercarle. Adesso s'era fatto notte, la piazza era gremita di gente, i Caffè affollati, e la luce viva, sfacciata del gas, la musica echeggiante, il mormorio confuso e il chiaccherìo pettegolo della folla, il calpestìo dei piedi, il fruscìo delle vesti lo sbalordivano, lo inebbriavano quasi. Nulladimeno, passò e ripassò da Florian due, tre, quattro volte, ma l'Elisa non c'era e nemmeno quella uggiosa della D'Abalà, che, tant'è, avrebbe veduta volontieri, perchè, vicino a lei, sarebbe stato sicuro di scorgere anche l'Elisa. Ritornò a fare la piazza in su e in giù, ma ancora inutilmente. Egli era stanco: la luce, la musica, il chiasso gli davano il mal di capo, aveva gli occhi che gli bruciavano ed era così stanco che le gambe gli si piegavano, e incespicava nelle ondulazioni disuguali del selciato.

Dov'erano andate?... Dove s'erano cacciate?... Era stato un gran stupido a non aspettarle, a non uscire con loro. Si seccava a star così solo, senza conoscer nessuno, fra tutta quella gente.

— Che fossero sedute sotto i portici?

Ancora non era abituato a chiamare Procuratie quei palazzi.

Salì i gradini, entrò sotto, camminò avanti, ma quando fu proprio dinanzi al caffè Florian, gli pareva d'essere sul palco scenico d'un teatro. Ebbe soggezione di tutta quella luce, sentì una vergogna strana in mezzo a tutta quella gente. Credea che ciascuno non avesse nulla di meglio da fare che badare a lui. Proprio sulla porta del Caffè c'era Badoero che discorreva con un bel vecchio dal tipo aristocratico, alto, colla barba bianca: il conte Potapow di sicuro!... Prandino arrossì, si fece piccin piccino, voltò via la testa per non essere riconosciuto, e fuggì lesto a nascondersi nel buio, perchè in mezzo a quello sfarzo d'illuminazione aveva scorto che le sue scarpe dalle suole troppo grosse, erano coperte di mota, e gli era sembrato che tutte le macchie e le frittelle da mamma Orsolina levate in quei due anni dal suo abito nero, saltassero fuori di nuovo, pettegole, impertinenti, per deriderlo e perchè fosse deriso.

Respirò più sollevato quando si trovò lontano dalla piazza e si avviò subito verso l'albergo della Gondola d'oro.

— È ritornata la Contessa? — chiese al portiere.

— Il numero? — rispose questi che, come al solito, non buttava via le parole.

— Numero quaranta.